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Vetam Arbëreshë Campera - Recensioni
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Scritto da Tommaso Campera   
Martedì 10 Agosto 2010 10:45
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 Il Dialogo - Al Hiwar   

Rivista Bimestrale del Centro Federico Peirone

20 - Il dialogo n. 6/2007

Internazionale

Italo-Albanesi minoranza cristiana

Origine degli Arbëreshë, fuggiti dal paese d’origine prima dell’avvento dell’Islam

Articolo scritto da Tommaso Campera

 Come tutti i popoli europei, gli Arbëreshë (altrimenti detti Italo-Albanesi: decine di migliaia di uomini e donne radicati in Italia da secoli) sono “figli” della grande famiglia degli indo-europei. Insieme agli Albanesi d’Albania, ai Kosovari e agli Arbërorë di Grecia, sono diretti discendenti degli Illiri, e non mancano i ricercatori che ne ipotizzano l’origine pelasgica.Da 600 anni uomini e donne appartenenti alla comunità degli Arbëreshë svolgono ruoli di primo piano nella vita pubblica italiana, con figure come il celebre costituzionalista Costantino Mortati, gli statisti Francesco Crispi e Antonio Gramsci, il papa della famiglia Albani Clemente XI, l’economista Enrico Cuccia... Nonostante il rilievo di queste personalità la maggior parte degli “Italiani” continua a ignorare l’esistenza della minoranza italo-albanese.

Perché giunsero in Italia

Gli Italiani-Arbëreshë abitavano originariamente al di là del mare Adriatico, in una regione definita di volta in volta Illiria, Arbëria, Albania. Ciò che rimane di quel territorio oggi viene chiamato “Albania”, ma l’emigrazione degli Arbëreshë verso la penisola italiana si ebbe quando le mappe geografiche usavano ancora il termine Arbëria, comprendendo anche una parte dell’attuale Grecia, Macedonia, Kosovo e Montenegro. La diaspora verso l’Italia fu provocata nel XV secolo dall’invasione turco-ottomana in Albania. Il mondo cristiano guardava con ammirazione l’eroica difesa del popolo albanese, guidato da Giorgio Castriota detto Skanderbeg, ma lo lasciò da solo a combattere una guerra che minacciava l’intera Europa cristiana (“Se non fosse vissuto Skanderbeg – commentò il sultano Maometto II – io avrei sposato il Bosforo con Venezia, avrei posto il turbante sul capo del Papa ed avrei posto la mezzaluna sulla cupola della Chiesa di S. Pietro a Roma”). Quattro sono le date nelle quali si ebbero i maggiori spostamenti di Arbëreshë in Italia. La prima tra il 1440 ed il 1448 quando Alfonso V d’Aragona, impegnato nel consolidamento del suo potere, fu costretto a chiedere l’aiuto di Giorgio Castriota Skanderberg per respingere gli attacchi degli Angioini e per reprimere le ribellioni di alcuni baroni calabresi alleati dei suoi nemici. Il secondo passaggio si ebbe tra il 1460 e il 1461, periodo in cui – morto nel 1458 Alfonso d’Aragona – il figlio illegittimo Ferdinando d’Aragona chiese aiuto allo Skanderberg, che passò in Italia a capo di un contingente di circa 3000 uomini. L’esodo più massiccio di Albanesi in Italia, si ebbe dopo la morte del principe Giorgio Castriota Skanderbeg che avvenne nel 1468 a Lezha (l’antica Alessio). In questo frangente, dopo 25 anni di lotte, tutta l’Albania stava cadendo in mano ai turchi e interi paesi furono abbandonati. Estese popolazioni sfollarono in Italia nei feudi che gli Aragonesi - grati per l’aiuto ricevuto – avevano donato allo Skanderberg: si trattava dei feudi di Trani, San Giovanni Rotondo e Galatina in Puglia, Ferrandina in Basilicata. Il quarto, ma non meno importante spostamento di genti albanesi in Italia, si ebbe con la caduta delle città del Peloponneso in mano alla Sublime Porta. Dal 1517 al 1534 molte furono le famiglie albanesi che a bordo delle navi di Carlo V raggiunsero l’Italia dopo essersi imbarcati nei porti di Korone e Modone, in procinto di essere espugnate dall’esercito turco. Di ciò, reca notizia lo storico siciliano Tommaso Fazzello che nel 1566 scriveva: “Nell’anno di nostra salute 1453, il 29 di maggio, Maometto re dei turchi, secondo di questo nome, prese Costantinopoli e poi la città di Durazzo e il Peloponneso, e allora passarono in Italia e in Sicilia molte colonie di “greci”. Questi fondarono molti villaggi, che ancora oggi si chiamano Casali dei Greci. Ai miei tempi, quando l’imperatore Carlo V espugnò la città di Korone e poco tempo dopo la lasciò ai turchi, tutti i “Greci” che la abitavano trasferirono le loro dimore in Italia ed in Sicilia”.

Prima nel sud Italia

La diaspora del XV secolo portò gli Arbëreshë nel centro e sud Italia, poi anche in provincia di Piacenza.

La religione degli arbëreshë

Da san Girolamo sappiamo che all’inizio del V secolo in Dalmazia si parlava ancora la lingua degli illiri. Da San Paolo (Lettera ai Romani) sappiamo che “come in Gerusalemme, anche nell’Illirico ho iniziato il vangelo di Cristo”. Gli Arbëreshë/Albanesi sono sempre stati cristiani. L’islamizzazione della loro terra d’origine è iniziata tardi, dopo le stagioni dell’emigrazione, e fu provocata dall’occupazione ottomana. Oggi va rilevato che gli Albanesi di religione islamica offrono buoni esempi di convivenza con le altre fedi religiose, essendo estranei alle forme di fanatismo. Nelle famiglie albanesi è frequente che i componenti seguano fedi religiose diverse, senza con per questo sfaldare la famiglia.

La poesia

Oggi nei territori che furono colonie albanesi in Italia può ancora capitare di apprezzare interessanti espressioni di poesia popolare nella lingua del paese d’origine. Un’ampia raccolta di composizioni popolari in lingua albanese è stata data dallo Schirò, da Dara, dal Ferrari, Solano, Selvaggi, dal Variboba e soprattutto dal De Rada. È sempre stata vivo il filone poetico patriottico. Troviamo poeti come il De Rada, lo Schirò, il Santoro, il Camarda, il Serembe, il Dara, il Brancato, l’Argondizza e tanti altri: sono interessanti sia dal punto di vista letterario che storico, perché permettono di individuare le tappe dello sviluppo culturale delle colonie, considerando le composizioni che echeggiano ancora il ricordo delle lotte contro i turchi o quelle molto commoventi che cantano un fiducioso abbandono in Dio, con l’espressione di una vasta gamma di sentimenti e di concetti religiosi (per esempio “Gjella e S. Merijs Virgjer” - La vita della Vergine Maria del poeta Variboba).

Tommaso Campera

(Fonte: Il dialogo n. 6/2007 Bimestrale di cultura, esperienza e dibattito

del Centro Federico Peirone - Arcidiocesi di Torino)



Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Giugno 2011 20:59
 
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