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Vetam Arbëreshë Campera - Recensioni
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Scritto da Tommaso Campera   
Martedì 10 Agosto 2010 10:45
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MONTECILFONE: VENTUNESIMA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

La  21^  Giornata Mondiale della Poesia, quest’anno si è tenuta in tre paesi del Molise: a Montecilfone il 30 settembre, il 1 ottobre a S. Croce di Magliano e il 2 ottobre a Guardialfiera. E’ stata scelta, quest’anno,  la Regione Molise in omaggio alle sette comunità alloglotte presenti nella provincia di Campobasso: quattro albanesi (Montecilfone, Portocannone, Ururi e Campomarino) e tre di origine croata (Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice). La manifestazione avviene in parallelo con la manifestazione stabile di Parigi,  è sostenuta dal Presidente della Repubblica Italiana, ed è stata organizzata dall’Associazione Mondiale “Poesia 2 ottobre”, dalla Regione Molise e dal Centro Studi Molise 2000 diretta dal Dr. Vincenzo Di Sabato.

Il tema di quest’anno: “Poesia: pensiero, discorso, stupore. Valori e tradizioni nelle realtà albanofone e croate presenti nel Molise”.

A Montecilfone  la serata inaugurale è stata coordinata dalla Prof.ssa Fernanda Pugliese, alla presenza dell’Assessore regionale Prof.ssa Angela Fusco Perrella, del Sindaco Rag. Franco Pallotta e del parroco Mons. Franco Pezzotta.

L’ineluttabilità del Male

La Dott.ssa Caterina Zuccaro, di Rai Internazionale, ha tenuto la relazione introduttiva dal tema: “Controbattere in poesia il male del mondo con soavità di pace”. La relatrice  ha esordito con versi di Quasimodo che esprimono la tragicità della presenza del male nel mondo e l’estrema fragilità dell’uomo che non riesce a scacciarlo. In questo quadro restano valide le parole di Giobbe che evidenziano la desolazione dell’uomo di fronte al Male e il suo smarrimento di fronte alla domanda sul perché Dio permetta il male, oltre che di fronte alla imperscrutabilità del disegno di Dio, o ancora di fronte al silenzio di Dio nella storia. Il ‘900 è il secolo del male (2 guerre mondiali, il genocidio armeno, lo sterminio degli ucraini, la shoah, Hiroshima, le stragi di Pol Pot, le pulizie etniche, la Jihad) e impone domande a cui l’uomo non dà risposte perché rimane turbato da quel silenzio di Dio su cui si è interrogato anche un papa profetico, qual è Giovanni Paolo II, e su cui è ritornato anche Benedetto XVI nel suo “Deus Charitas est”. Emblematico il pensiero di S. Giacono Apostolo quando, ragionando sulla causa scatenante, trova nell’animo umano l’incrinatura che fa scaturire le passioni, i contrasti e il disordine personale e sociale che non fa vedere più negli altri la propria immagine. E’ Ungaretti che parla della scoperta di sé nell’altro anche in colui che definisce nemico. E’ Foscolo che trova l’alternativa al male nelle illusioni, la prima delle quali è la Poesia. Illusioni come realtà virtuale, capace di dare senso alla vita, cui il Male tende a negare ogni ragione. Mentre il cupo pessimismo del Leopardi sancisce l’irrimediabilità del Male, contro cui non vale ribellarsi per rimanere in uno stato di stoica atarassia. Un accenno in questo senso si ha anche in Montale quando considera l’indifferenza come osservazione distaccata della realtà, che allude alla indifferenza che Dio sembra mostrare nei confronti del male che dilaga nel Creato.

Il Male e la Poesia

L’ineluttabilità lega tutte le posizioni rispetto al Male, mentre forma che assume la risposta è quella della poesia che percorre l’intera storia dell’umanità. La poesia viene dall’anima e per questa “proprietà” è così intimamente connaturata all’uomo da esserne diventata la prima modalità espressiva, dopo il linguaggio del quotidiano. Essa ha raccontato storie, ha indagato animi, ha disegnato percorsi che ci restituiscono l’anelito perenne dell’uomo all’affermazione del Bene.

Dalla trattazione del male, attraverso i versi che ne manifestano tutta la crudezza anche nel linguaggio, Ungaretti trasmette una grande ripugnanza per il male che annida in sé e attorno a sé, e in pari tempo cresce l’anelito alla pacificazione. Nella sua riflessione, ogni poeta ha una funzione quasi sacerdotale: penetrando il male, egli se ne assume il peso per tutti, lo elabora, restituendolo oggettivato alla riflessione del suo lettore, il quale leggendolo attraverso occhi “altri”, può contemplarne la raccapricciante inumanità senza esserne contaminato, anzi purificandosene. In sintesi la poesia è perseguimento di armonia di forme e sentimenti, di espressione e contenuto. Ogni atto di poesia è in sé stesso affermazione di pace, esorcizzazione del Male, che è disarmonia stridente. Una conquista interiore, s’intende, che consente di accettare ed affrontare con animo più sereno la vita. Pur nella consapevolezza che il Bene e il Male, parimenti ineluttabili, non cesseranno di farne burrasca.    

La poesia arbёreshe

E’ seguita la relazione del Prof. Italo Costante Fortino, dell’Orientale di Napoli, il quale ha trattato il tema: “Poesia e letteratura contemporanea degli albanesi e croati in Italia”, in cui ha messo in evidenza le tematiche che legano le composizioni degli autori della stagione letteraria che va dal secondo Dopoguerra ad oggi. In relazione agli autori contemporanei arbёreshё (albanesi d’Italia) ha individuato nel poeta Vorea Ujko (pseudonimo di papàs Domenico Bellizzi) di Frascineto (1918 – 1989) la figura più rappresentativa della letteratura arbёreshe contemporanea, per ampiezza e profondità dell’opera.

Scoperta della propria cultura

Uno dei temi che fa da collante in molti autori è “la scoperta della propria cultura”, come avvenne al poeta risorgimentale, Girolamo De Rada (1814 -1903), che scoprì la cultura che era in lui e nella gente di appartenenza attraverso l’ascolto dei canti rapsodici popolari che risalgono a un’epoca assai antica. Da qui la sua prima opera “Zgjimet e gjakut” (I sussulti del sangue). A questa consapevolezza che va affermandosi gradualmente, si affianca il tema dell’”orgoglio di appartenenza” che rappresenta un tratto culturale che si è andato sedimentando come forza di difesa del proprio essere e che ha fatto da cemento per non disperdere l’identità. Nel quadro di questo sobrio orgoglio identitario si inserisce anche la poesia di Carmelo Candreva (S. Giacomo di Cerzeto, 1931 – 1982) con la raccolta di liriche “Shpirti i Arbёrit rron” (Vive ancora lo spirito dell’Arbёria). Lo spirito dell’albanesità è nient’altro che l’identità culturale dell’arbёresh, con la sua storia che si riflette nel presente con una forza che garantisce ancora la continuità. Da qui la considerazione e la funzione della lingua arbёreshe non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come valore aggiunto identitario. In sintonia con questi concetti, si esprime la poesia di Pino Cacozza (S. Demetrio Corone, 1957) quando, attraverso immagini metaforiche, argomenta le motivazioni che sorreggono l’assunto “Jemi njё kulturё çё nёng mёnd vdes” (Siamo una cultura che non può morire). Il poeta sintetizza storia e immaginario popolare, resistenza e continuità, fatica di esistere e speranza, e ammira quel fiore che sboccia anche sulla pietra. Dietro i versi del Cacozza, il relatore ha ricordato la tesi del linguista Claude Hagège, secondo il quale le lingue nascono e muoiono, ma possono anche rinascere e riconsolidarsi. Necessita la volontà politica e collettiva di quell’immaginario popolare che il poeta percepisce e di cui ne afferma la consistenza.

Lo scoramento

I poeti contemporanei arbёreshё, prima di giungere a una simile consapevolezza, passano attraverso la fase triste dello “scoramento”.  La comunità è pervasa dalla sensazione di scoramento rispetto allo stato della lingua e della cultura in un tessuto sociale dominata da trasformazioni che causano lo spopolamento dei centri abitati arbёreshё. La desertificazione fisica e culturale porta il poeta a comunicare artisticamente i segni di un depauperamento generale che incute sconforto. Le liriche di Tommaso Campera (Maschito, 1949) attraversano questo stato di scoramento quando il poeta interpreta la morte della lingua e della cultura con l’immagine della madre che vede allontanarsi il figlio emigrante dimentico di ciò che ha lasciato. Nella lirica “Hora ima vёdes” (Il mio paese muore) il poeta fissa con rammarico il dramma della scomparsa di una cultura, la frattura fra tradizione e stato presente, fra madre e figlio, tra passato e futuro. Il tutto avvolto in una maledizione.

La speranza

Ma il poeta Campera non è convinto che stia per chiudersi l’ultima porta della cultura arbёreshe. Egli è combattivo perché ha ricevuto il testimone e sente di affidarlo a chi dovrà portarlo avanti. Benché emigrato in Piemonte, si rende conto che, se riesce ad esprimere l’esperienza poetica nella lingua del suo paese, non tutto è finito. Nei suoi ritorni in paese sente risuonare tra le vie di Maschito i suoni dell’arbёresh, constata che la generazione giunta fino a lui è ancora depositaria di un patrimonio culturale ricco e prezioso. Forse gli risuonano le parole di Claude Hagège, quando trattano della morte e rinascita delle lingue. Conclude con la lirica “Gluhan a mёmёs” (La lingua madre) in cui l’immagine dell’ultima parola che apprende dalla madre che muore simboleggia la trasmissione della lingua e della cultura arbёreshe, quale eredità preziosa intesa come diritto delle nuove generazioni e patrimonio che non va disperso con la scomparsa della generazione precedente.

Altri temi che pervadono la poesia contemporanea arbёreshe sono il senso di “umanità”, l’amore per la natura, la sensibilità per la bellezza. La “solidarietà verso gli altri” trova nelle liriche di Vorea Ujko un momento particolare nella grande carica umana, nel senso di solidarietà tra gli uomini, nel valore eterno della fratellanza: “Pёr ty unё do ta ruanj / pikёn e fundit / tё buçelёs sime” (Per te io serberò / l’ultima goccia / della mia borraccia).

Queste considerazioni non sono altro che una estrema sintesi dei tanti aspetti che incontriamo nelle opere di questi come di tanti altri autori. Voglio, pertanto, ricordare che molto  ampio è il ventaglio degli scrittori contemporanei arbёreshё che continuano a produrre opere in poesia e in prosa. A mo’ solo di esempio cito alcuni nomi consapevole di non essere esaustivo ma solo intento a rappresentare le regioni che hanno espresso voci poetiche arbёrshe. Per la Calabria sia sufficiente ricordare, accanto ai poeti sopra menzionati, Dushko Vetmo di Frascineto, Vincenzo Baffa Golletti di Civita, Pietro Napolitano di Firmo, Mario Bellizzi di S. Basile, Kate Zuccaro e Vincenzo Bruno di Civita, Giuseppe Del Gaudio di S. Nicola Dell’Alto,  Buzёdhelpri di Eianina ecc. Per la Sicilia vanno ricordati Giuseppe Schirò Di Maggio e Di Modica, Pasquale Renda e Giuseppina Schirò, tutti di Piana Degli Albanesi ecc. Per la Basilicata ricordiamo Enza Scutari di S. Costantino Albanese e Tommaso Campera di Maschito. Per il Molise i nomi di poeti più noti Luis De Rosa e Matteo Di Lena, mentre per la Puglia Carmine De Padova. A questi segue una numero crescente di nuove voci che rappresentano la speranza della continuità.

La poesia croata

Le isole alloglotte che costellano l’Italia sono considerate, finalmente, una vera ricchezza del tessuto nazionale.

Gli klàvun, ossia i croati del Molise, che fanno venire in mente la comunità calabrese “Schavunea”, nei pressi di Corigliano Calabro, risalgono alle emigrazioni del XV e XVI secolo. L’espressione con cui i croati del Molise denominano la propria lingua “na našu gòvorit” (parlare a modo nostro) richiama l’uso analogo consolidato nel paese albanese della Calabria, S. Basile, dove per dire “parliamo albanese” è prevalsa la forma  “fjasim a la si na” (parliamo a modo nostro).

Un punto di contatto tra la poesia arbёreshe e quella croata si può individuare nella sensazione di scoramento, nel constatare che la cultura tradizionale e con essa la lingua si avviano alla scomparsa. Nicola Gliosca, poeta contemporaneo di Acquaviva Collecroce (Kruč), presenta una ricca produzione. Da ricordare le raccolte di liriche: “Poesie di un vecchio quaderno” (2004), “Poesie in libertà” (2004), “Ancora poesie” (2008), scritte in “na našu” (la parlata di Acquaviva) con traduzione italiana a fronte. Egli consapevole della ricchezza della cultura del suo paese, avverte che un mondo culturale composito è destinato a scomparire. Dal suo animo sgorga un lamento profondo, il lamento dell’intellettuale che ama ancora la serenità di un mondo e di una cultura che per lui è ancora vita: “Mi greda za sa krivit / kada sa vračam u Burgu / a ne nahodam več moje čeljade” (Mi vien da piangere / quando torno al Borgo / e non trovo più la mia gente).   

Come la poesia di Tommaso Campera, anche questa di Gliosca, tuttavia, non è priva di speranza. I corsi e ricorsi storici interessano anche le culture che stanno per spegnersi e fanno sì che la speranza della continuità alimenti la mente e il cuore a gente che si ostina a ricorrere alla fonte. Infatti nella “Funda stara” (La fontana vecchia), il poeta rivolgendosi alla fontana “vecchia” e in “disparte”, che con generosità continua ad elargire il prezioso alimento, scrive:“mučana dajaš vodu / komu ka još ti ju prosi” (in silenzio dai l’acqua / a qualcuno che ancora te la chiede). Ampio è il ventaglio della poesia di Gliosca: spazia dalla natura, col suo ambiente accogliente che ospita l’uomo con le luci del cielo, al tappeto del verde prato e i colori dell’arcobalemo, in cui si avverte la mano del Fattore che “come il vento, non si vede, ma c’è”. Nel creato, poi, armonioso e rasserenante, sboccia il mistero dell’amore, inteso come espansione verso la natura, verso Dio, e verso la creatura più bella del creato, la donna.

Il relatore Fortino, sottolineando la forza della poesia dei succitati autori, ha concluso con una considerazione ottimistica sostenendo che fin quando esistono scrittori, poeti, narratori, cantori che interpretano il proprio mondo culturale e lo sanno esprimere nella loro lingua materna, quella loro cultura e l’habitat del borgo non sono ancora morti, anzi dimostrano di possedere sufficiente vitalità ed energia per riproporsi e rigenerarsi, anche se non proprio nelle stesse forme del passato. 

(Fonte: Arbitalia, scritto dalla Prof.ssa Kate Zuccaro giornalista arbëreshe)

 


Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Giugno 2011 20:59
 
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