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Vetam Arbëreshë Campera - Poesia
Poesia PDF Stampa E-mail
Scritto da Tommaso Campera   
Venerdì 03 Settembre 2010 13:40
Indice
Poesia
Poesie insolite
Poesie Ze një pastan i re
Sabato 12 marzo, poesia albarbëreshe
Tutte le pagine

               LA POESIA NEL MONDO ARBËRESH

            Non è pensabile che sia possibile parlare della letteratura dell’insieme del “mondo albanese” – nel quale l’arbëreshe occupa un posto importante - senza parlare della poesia orale e popolare che da secoli è tramandata dalla voce del popolo: tale espressione poetica, si identifica con l’anima stessa del popolo, è ciò che ne determina la sua indole. 

Stabilito che il territorio oggi identificato come penisola balcanica, per la sua posizione geografica, è sempre stato soggetto ad attraversamenti di popoli migranti e a periodiche invasioni di Celti, Unni, Slavi, Angioini, Normanni, Veneziani, Turchi etc…, viene facile accettare l’idea che prima, gli Iliri - popolo che per antonomasia abitava i balcani - e poi i loro discendenti arbëreshë/albanesi siano sempre stati spinti   ad essere popolo guerriero e fiero. In quel contesto nascevano gli aedi, cantori, la cui voce instillava,  nei cuori, gli ideali dell’eroismo, del coraggio e dell’orgoglio, votati alla difesa delle proprie valli e dei propri monti, anche a sprezzo della propria vita, nasceva così: la poesia epica e l’epopea degli eroi trasformati in numi tutelari delle frontiere e protettori delle genti albanesi.

-         L’epica, certamente, ovunque, è la poesia degli aedi, cantori delle tradizioni dei popoli e dell’esaltazione degli avvenimenti eroici, quella che maggiormente affonda le sue radici nella essenza delle varie etnie - in special modo - della penisola balcanica. Fatta eccezione che, per pochi nomi, questi rapsodi, depositari dei fatti ancestrali del popolo, sono in maggior parte caduti nell’oblio della storia.

Tra i pochi nomi dei più antichi cantori arbëreshë, si ricorda Bala, di Palazzo Adriano (PA): Bala, guerriero albanese che combatté i Turchi a fianco dello Skanderbeg, certamente da lui conosciuto. Per i fatti noti della diaspora, intorno al 1450, con altri  esuli si trasferì nella colonia militare di Palazzo Adriano in Sicilia: ormai vecchio soldato dal carattere tutt’altro che dolce, trascorreva i suoi giorni sui monti intorno a Palazzo, e nell’illusione di scorgere le coste dell’amata Albania, dovuta abbandonare, sollecitato dalla bella figlia di Lala, tristemente cantava le gesta dell’eroica difesa dell’Albania: “ Fiore delicato dei monti, la più bella fra le fanciulle, va là dove nella gioia  trabocca l’oro della prima età e rinfranca il cuore nel sogno soave del mattino. Lascia pure al vecchio Bala l’oscurità delle querce, il fragore del fiume che dal monte precipita e le forre affonda nei pendii”. Testo nella lingua nella quale i versi furono esternati: “Lulë i’hollë t’ malëvat, më a’bukura ndër kopiletë, ec atjè ku ari përdherdet  në hareja  të i’motit pàr, dhe gëzò zëmran në ëndri i’ëmbël. Lër Balës lisat errëta, shtrushin lumit çë nga malit egër bija ndë greminvat. 

-         Nella poesia arbëreshe,  un posto di rilievo viene dato  al ciclo dei poemi di epoca skanderbeghiana o a lui dedicati: il volume di tali opere, è talmente corposo da non poter essere trattato su questi fogli che per  accenni. La più toccante tra le poesie a lui dedicate è “Skanderbeg e la Morte”: si accenna ad un brano che parla  dello Skanderbeg che, dopo 25 anni di ininterrotte  battaglie contro i Turchi, volta ormai la sorte in favore di questi ultimi, approssimandosi all’ultima battaglia incontra la morte, ed ecco che tra i due avvenne   l’ultimo tragico dialogo: “Priru, Skënderbeg, prap! E kush jè ti e nga vjen? Emri im ësht Vëdekja, Gjella jote u fërnua. Tha e u spàv ëndra e gjelles” traduzione: “Torna, Skanderbeg, indietro! E chi sei tu e da dove vieni? Il mio nome è Morte, la tua vita è finita. Disse e scomparve sogno della vita”. 

             La poesia d’amore, come il legame che da sempre unisce l’uomo e la donna, è anch’essa presente nella letteratura arbëreshe, ed è tanto genuina quanto copiosa. A buona ragione si può dire che, ogni innamorato è poeta e portato alla formulazione di versi dedicati all’innamorata o all’innamorato; al riguardo, in una canzone albanese, si leggono queste reciproche lodi: “Quando ti vedo simile a colomba…o mio fiore, o nobile fanciulla, chi ti ama più di me? In un solo ramo hai due pesche”, lei risponde: “Quando ti vedo simile ad un cipresso, o giovanetto, con tanto decoro, io ti guardo e palpito: tu sei l’amore mio!. Ecco il testo nella lingua, con la quale i versi appena letti sono stati scritti: “Kur të shohë a’gleshëma si pëllumbë… moj lul, moj vajza hajdarë, kushë t’do më se u? Mbi një degë ke di pjeshka”, lei risponde: “Kur t’shohë i’gleshim si qeparis, moj trim, ma aqë hjè, u t’ruanjë ma zëmra rrëhalishëm: ti jè dashurin!”. 

Nella poesia amorosa del “mondo albanese”  - per una antica concezione di parità- la donna aveva anche parte attiva; ecco di seguito, alcuni bei versi di Laberia: “Mi trovai, compagne, l’alba in vetta a un monte: avida, bevvi acqua di fonte; e mangiai le cime tenere dell’erba in fiore; e dormii lieta nel manto del mio pastore; e gioii come un agnello nel buon tepore”. Di seguito, il testo in lingua originale: “Dolla, shoqe, dolla në majë të malit; piva, shoqe, piva, ujët e shpitharit; hëngra, shoqe, hëngra majëzën e barit; flijta, shoqe, flijta në shark të çobanit; bëra, shoqe, bëra qejf’n e shelegarit”.

-           La poesia nuziale,  -non meno importante-, era composta da  canti tradizionali eseguiti da cori di donne, interpretanti la parte della sposa e da cori di uomini, interpretanti la parte dello sposo, a formare  un dialogo; venivano inoltre, intonate le lodi degli sposi, accompagnati da versi bene auguranti e solenni giuramenti di amore eterno. A memoria di tradizioni remote, venivano inoltre mimati i gesti del rapimento della sposa da parte dello sposo. Il rapimento simbolico, è retaggio non solo del popolo albanese , ma dell’insieme  atavico delle tradizioni dei vari popoli indo-europei: “Il Ratto delle Sabine” da tutti studiato a scuola, ne è un esempio.

 Come si è potuto vedere, la poesia nel mondo albanese è sempre stata improntata ai generi: epici, guerreschi, cicli delle saghe, dell’amore e dei riti nuziali, mai comunque trasgressive, o fuorvianti da ferree regole, dettate da uno stile di vita austero e legato ad una severa concezione dell’onore, al quale, la vita stessa dell’albanese era legata.

 Indicativo di tale austerità, può essere un detto in uso tra gli arbëreshë di Maschito: “Nëng këtë shihat thembri” tradotto in: “non si deve vedere il calcagno”; il detto, voleva significare la serietà di costume che le madri imponevano alle proprie figlie.

 Tommaso Campera

 

  Minatore di parole

Minatore di parole. È questa la prima definizione che mi viene in mente pensando ai lavori e anche alle provocazioni di Tommaso Campera, responsabile culturale della associazione “Vatra Arbëreshe” di Chieri .

Minatore nel senso che scava: alla ricerca dei significati originari di ogni termine, delle concordanze con altre lingue, di analogie talora ardite (per esempio quelle con certe parole del piemontese).

Come ogni minatore, Campera sa di cercare un tesoro: il suo è una lingua ricca, dalle spiccate peculiarità, diversa dall’albanese moderno parlato in Albania.

Una lingua, l’arbëreshe, con la quale dire e scrivere poesie. Anche poesie erotiche, in cui l’amore non è solo platonico ma pure concreto. Almeno due i livelli di lettura: il primo, più immediato ma anche banale, è quello che si ferma alla superficie, e magari sorride (o arrossisce...) di fronte ad un tema reso con parole così esplicite.

Il secondo, più profondo e attento, parte dal testo in arbëreshe, ne coglie la musicalità e poi, se occorre, passa alla traduzione in italiano che, per quanto curata dallo stesso autore, non può sfuggire all’anatema tradurre = tradire. Qui si scoprirà che l’accenno all’amore fisico è solo pretesto per parlare di altro amore, ancora più totalizzante.

Arbëresh di Maschito (PZ), 55 anni, Tommaso Campera si interessa alla lingua e alla cultura della sua gente sin dalla più tenera età. Col tempo ne è diventato un paladino: per difenderne le peculiarità, mantenerne viva la memoria, tramandarne il valore e i valori alle generazioni che verranno.

 Enrico Bassignana Giornalista e scrittore 

 

Presentazione

 Con questa breve raccolta di “Poesie Insolite”, Tommaso Campera, uomo eclettico, appassionato animatore della nostra associazione con proposte sempre originali e stimolanti, ancora una volta  ci fa dono della sua inesauribile creatività.

Per Tommaso, scrivere dei versi epigrammatici, idilliaci oppure“afrodisiaci” come quelli presenti in questo libretto,  è un  atto d’amore spontaneo verso la lingua del suo cuore, la lingua arbëreshe.

Occorrerebbe condividere il suo stesso amore per la “parola”, ed avere curiosità verso i molteplici significati ch’essa può comunicare a chi si metta in ascolto sul serio, a chi le faccia dire quel che ha da dire; solo così, con questa disponibilità, è possibile camminargli accanto, come avendo qualcuno – un compagno di strada gentile e discreto - capace di coglierne il significato più profondo.

L’associazione Culturale “Vatra Arbëreshe” è lieta di dare l’avvio alla pubblicazione del primo quaderno con il presente libretto, al quale speriamo ne seguano tanti altri, vista la vastità

della cultura arbëreshe nei suoi molteplici aspetti e della considerevole quantità di materiali prodotti dai soci-ricercatori che attendono di essere pubblicati.

La nostra associazione, nata il 19 maggio 2000, è diventata una realtà di riferimento per gli arbëreshë non solo del Piemonte ma di tutta la nostra penisola, grazie alle apprezzate iniziative culturali, prima fra tutte il Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa intitolato all’eroe Giorgio Castriota  Skanderbeg, questo concorso si è rivelato una felice intuizione, una sorta di polo culturale, un provvidenziale punto d’incontro.

La denominazione “Vatra Arbëreshe” = “Focolare italo-albanese” , vuole rappresentare il luogo dell’intimità famigliare, dove attorno ad esso si trasmettono ai giovani i racconti, le leggende, gli indovinelli; i valori forti che hanno consentito la sopravvivenza nel tempo delle comunità arbëreshë, quei modelli culturali ispirati alla Mikpritja (ospitalità), Ndera (onore), Besa (fedeltà), Vëllamija (fratellanza).

In sintesi, gli arbëreshë, alla luce del significativo contributo che lungo cinque secoli

hanno dato per la costruzione del contesto nazionale italiano, sono a pieno titolo comunità italiane, custodi  del loro antico idioma e delle tradizioni popolari, quindi legate indissolubilmente alla realtà nazionale italiana, pur conservando la propria identità culturale; risulterebbe quindi ben difficile scrivere la storia dell’Italia senza includere la componente arbëreshe.

“Vatra Arbëreshe” di Chieri, dichiara la più ampia disponibilità  verso le istituzioni, a tutti coloro che operano in campo culturale  e quanti amano la cultura nel significato più vero del termine.

                                                                                          Prof. Vincenzo Cucci,  Presidente di “Vatra Arbëreshe”  


 AVVERTENZE PER LA LETTURA DELLE SEGUENTI  “POESIE INSOLITE”

       L’alfabeto al quale attenersi per la lettura dei testi in lingua arbëreshe, è quello comune a tutto il “mondo albanese”, codificato nel 1908 a Monastir -oggi in Macedonia- comprensivo di 36 lettere. 

-    “Mondo albanese”: si intende che, pur facendone parte, gli arbëreshë hanno specifiche peculiarità, dovute alla secolare integrazione con il contesto italiano. 

-    Le virgolette che racchiudono una parola “-” vogliono dire che il significato del termine, è interpretativo; non si è voluto dare traduzione letterale. 

-    I termini adoperati per i testi, sono quelli della lingua più antica e meno corrosi da mutamenti semantici e fonetici, esempio: “gluhë” = “lingua”, è termine più antico e non mutato nel gruppo consonantico “gl” come invece è avvenuto in “gjuhë” = “lingua”; vedi il “Meshari i’Gjon Buzukut” 1555. 

-    Siccome tra le motivazioni di questo modesto lavoro  vi è anche quello di riuscire a dare qualche nozione di lettura dell’arbëreshe, la traduzione dall'albanese all'italiano, è volutamente letterale. Ciò, comunque, è a discapito della espressività originale. Una traduzione, infatti,  mai potrà rendere l’espressione, il significato, la musicalità con cui il testo è stato scritto in lingua originale. Dunque la traduzione, è solo un mezzo per carpirne in minima parte il significato del testo arbëreshe.

-    In netta contrapposizione con il genere adoperato sin’ora, (vedi la seguente “Grua shqiptara”), questo “azzardo”, trova ragione solo nel voler dimostrare che l’arbëreshe –per chi ne è conoscitore e secondo i contesti- permette di scrivere di cose colte e raffinate, con dolci espressioni: vedi, “lulë” = “fiore”; con forme del vezzeggiativo come, “vajzarela” = “bambinetta”; ma anche con espressioni molto aspre come, “shkrehinj”, suono tanto duro e aspro, da preannunciare lo stesso significato di “sparo”!

-   Le poesie “afrodisiache”, lungi dal voler essere volgari, sono espresse attraverso la metafora ed il sottinteso.

 

GRUA SHQIPËTARA

 Ma sullm

u vërvita ndër lufta,

e kisha afar pesqënd viet,

luftova armiku i padukshim…

                            e ja munda.

 Kush ma dà ajò fuqì

të luftoja trëmbsiran?

Armiku i mundeshim,

çë më zëj, e më mbaj...

                   i patundur.

 Ti lulë ardhur nga dejti,

si Afardita lindur nga suvalat,

ti më dè trimsin e më pështova,

ndësa kam pesqënd viet…

                    zè gjellan ima.

 

DONNA ALBANESE

Con impeto

mi gettai nella lotta,

e avevo fors’anche cinquecent’anni

lottai contro nemico invisibile…

                           e uscii vincitore.

 Chi mi dette la forza

di lottare la paura ?

Nemico potente,

che mi prendeva, e mi teneva…

                                   immobile .

 Tu fiore venuto dal mare,

come Venere nata dalle onde,

tu mi desti il coraggio e mi salvasti,

seppur ho cinquecent’anni…

              comincia la mia vita.

                                          “POESIE INSOLITE”

                                      Autore Tommaso Campera

 

1) LODHRAN

ndejti këmban

ta shtrati dimëror

këmba mbezul…              

lojë ma herdat ima,

jashtë… ngadal

bijë dëborë

 

2) PARNAZI

 I lodhur, u derdha mbi ajò falè…

a zezë si dera pisës

vëran, i kuqë si zjarrë…

po nëng u dogja,

se nëng ishë pisan…

po ishë dera Parnazit:

qima grashë… ajò falè.

 

3) NJË DHURATË

Të prora një dhuratë,

zogji pranvers…

ma a kuqa kaçulera,

ndë kaxhollë kurr nëng ndinji,

se dushkë mbë dushkë fluturojti.

Po ti zonja ima mbaja mir

se këndofsha si bilbili

mbë nata, ndër ilzat e hënxa.

E mbësoj ti, e qolla lart ndë qielli,

atjè ku nëng ishtë moti

… e vajtima,

po t’qeshura e gëzima.

Vëra mbi ajò degë,

at-i har atò di gjërshì

kur ta faleja shkon ma fluturima…

ti ngroha ma frima.

 

4) PIVA TA KROI JOTI

I lehtë, hipa malat

u ngjita ndër shkëmba skundra

…e ferrat,

po nëng shkela mënushaqja,

eri dushqëvat ndiaja,

ma t’këlin mbushja mushkritë,

e t’gjeta… ti kroi i lumtë

piva ujra t’kulluama

ta burimi ku njarì…kurr,

nëng qasi buzan

e ti më thua: “Qasu…

priju trim mbi mali imë” .

 

5) VOHËSA DASHURIS

 Vetam një sandon a pushtron

e më pret, tura shërtuar.

Të enjëtura i ka sistë…

I ngrohtë prëhri i saj…

kurmi i lagur, vohësa dashuris.

Dorë çë dridhëshin

më mer krien, e ma ulan mbi prëhri i saj

e më nëng dija: "Mjekra ima,

o pushi, ishka errsiror pidhi i saj?"

Erin… moj erin, i ëmbal puhì

shprishij nga kurmat përlidhurë

ndë harrimshin, më nëng dijam…

ndë mënushaqa o trëndafila.

 

6) ZILAR  U

Zilar u...

pë atò di gjërshì,

ritura ndë sistë jote.

Zilar u…

pë atò di shega,

jan piqura…

i puthinjë u.

Net çë shuhat

vetam ndë pi…

në atë krò,

ndën mali Afarditës.

Zilar u…e piva.

 

7) KËPURDHI

Totemi, çë dufton qielli,

i lashti Pollifemi…

t’këlin siu ruan

mbi murra grashë

çë përglunjës…

parkalesnjan:

“Ngreu moj Këpurdh,

burò klumshtin

çë gjithë ngjallnon”.

 

1) IL GIOCO

Stese la gamba,

sul letto invernale,

la gamba sospesa…

giocava coi miei “berlocchi”,

fuori… lentamente

cadeva la neve.

 

2) IL PARADISO

Stanco, mi gettai su quel nido…

nero come la porta dell’inferno

il buco, rosso come fuoco…

ma non mi bruciai,

non era l’inferno…

era la porta del Paradiso:

pelo di donne… quel nido.

 

3) UN DONO

Ti ho portato un dono,

l’uccello della primavera…

dalla rossa cresta,

in gabbia non stette mai,

siepe su siepe volò.

Ma tu signora mia trattalo bene,

canterà come usignolo

nella notte, tra le stelle e la luna.

E insegnagli tu, portalo alto in cielo,

la dove non c’è il tempo

… e gemiti,

ma sorrisi e felicità.

Posalo sul quel ramo,

che mangi delle tue ciliege

quando al nido con furtivo volo andrà…

del tuo respiro si scalderà .

 

4) BEVVI ALLA TUA FONTE

Leggero, salii i monti

arrampicandomi tra le rocce

…ed i rovi,

ma non calpestai la viola,

il profumo della selva sentivo,

con il quale riempii i polmoni,

e ti trovai… tu fonte benedetta

bevvi acque chiare

nella polla dove nessuno…mai,

 avvicinò labbra

e tu mi dici: “Avvicinati…

riposa giovane sul mio monte”.

 

5) RUGIADA D’AMORE

Solamente un lenzuolo la copre

e mi aspetta, ansimando.

Gonfio il suo seno…

caldo il suo grembo…

il corpo bagnato, rugiada d’amore.

Mani tremanti

mi prende il capo, posandolo sul suo grembo

e più non sapevo: “La mia barba,

o vello, selva tenebrosa la sua vulva?”.

Il profumo… oh il profumo, dolce brezza

si spargeva dai corpi intrecciati,

nell’oblio, più non sapevamo…

se viole o di rose.

 

6) GOLOSO

Goloso io…

di quelle due ciliegie,

cresciute sul tuo seno.

Goloso io…

di quei due melograni,

sono maturi…

li bacio io.

Sete che si spegne

solamente se bevo…

a quella fonte,

sotto il monte di Venere.

Goloso io… e bevvi.

 

7) IL FUNGO 

Emergente totem,

indicante il cielo,

antico Polifemo…

il quale occhio guarda

su folla di donne

che inginocchiate… pregano:

“Sorgi oh Fungo,

sgorga il latte

che tutto vivifica”.

   

                 Novembre e dicembre del 2008 hanno visto: la Provincia di Potenza, lo Sportello Linguistico Regionale della Basilicata ed i 5 paesi arbëreshë della provincia di Potenza, essere promotori del “1° FESTIVAL DELLE LINGUE DI MINORANZA E DELLE CULTURE MIGRANTI”.

                Nell’importante kermesse culturale, sono stati proposti convegni nei quali sono stati dibattuti importanti temi inerenti le minoranze linguistiche: i vari convegni, hanno dato modo ai partecipanti di apprezzare le rinomate esibizioni artistiche di gruppi artistici che, come il gruppo artistico “Voxha Arbëreshe” di San Costantino Albanese, si sono magistralmente esibiti in canti e danze della cultura arbëreshe.

                Durante un tour di circa una settimana, nel capoluogo e nei 5 paesi albanofoni della Basilicata, oltre che i temi prettamente culturali relativi alla legislazione di tutela delle minoranze linguistiche ed alla lingua, per una maggiore divulgazione, sono stati proposti anche i prodotti gastronomici facenti parte delle peculiarità culturali di questi paesi arbëreshë della Basilicata.

                La generosità e l’ospitalità, tipica delle genti di origine albanese, ha dato modo ai convegnisti di assaporare le prelibatezze che venivano loro offerte: la kermesse culturale itinerante tra i paesi di: Barile, Ginestra, Maschito, San Costantino e San Paolo Albanese, oltre che occasione per stabilire unità di intenti, ha dato modo alle popolazioni di questi 5 paesi di ritrovarsi in un unico abbraccio della stessa cultura linguistica.

                       Copertina del libro       

Presentazione del volume a Maschito

 Il 28 novembre 2008, durante il “1° FESTIVAL DELLE LINGUE DI MINORANZA E DELLE CULTURE MIGRANTI” grazie alla larghezza di vedute della Regione Basilicata, Provincia di Potenza, dello Sportello Linguistico Regionale della Basilicata e del Comune di Maschito, sono state presentate le liriche dell’autore Tommaso Campera contenute nel libro di poesie

 “ZE NJË PASTAN I RE”.

           Per vedere il filmato, digita su Google: nasce una nuova vigna

Le liriche che dall’autore sono state scritte in albanese nella forma arcaica parlata in Maschito (PZ), sono state pubblicate grazie all’interessamento dello Sportello Linguistico Regionale della Basilicata.  

                Con la presenza delle autorità della Provincia di Potenza, dello Sportello Linguistico Regionale della Basilicata e del Comune di Maschito, il volume  “ZE NJË PASTAN I RE” = “NASCE UNA NUOVA VIGNA”, è stato prima presentato in Maschito (paese di nascita dell’autore) e poi in San Paolo Albanese.

                Se appare doveroso ringraziare Vincenzo Pianoforte (Assessore alla Cultura di Maschito) e Antonio Mastrodonato (Sindaco di Maschito), un grazie particolare è dall’autore rivolto alla Dott.ssa Annunziata Delli Santi – Esperta Linguistica dello Sportello Linguistico Regionale della Basilicata, ed al Prof. Italo Costante Fortino – Ordinario di Lingua e letteratura albanese Università di Napoli “L’Orientale”.presentazione delle liriche a Maschito.

                La prefazione del Prof. Fortino, fatta alla raccolta di liriche dell’autore Tommaso Campera, è stata fondamentale per la valorizzazione stessa del volume: senza di essa, il libro avrebbe avuto una veste anonima.

                La  stampa del volume, avendo avuto (per problemi economici) una tiratura limitata, non ha potuto soddisfare  le richieste del pubblico presente  il 28 novembre, e di quelle che continuamente pervengono da diverse parti della nostra Arbëria.

                Per soddisfare le dette richieste, e per rendere possibile la presentazione della lingua albanese di forma arcaica contenuta nelle liriche di Tommaso Campera, si confida nella risposta alla domanda di finanziamento che, relativamente alla legge 482/99, il comune di Maschito ha già presentato per la pubblicazione dello stesso volume: in  relazione a quanto appena detto, aspettiamo tutti con ansia notizie  in merito per una auspicabile ristampa.


              ROMA 12 MARZO 2011: UN ARBËRESH E UNA ALBANESE A ROMA 

 INCONTRO CULTURALE ITALIA-ALBANIA: UNA STORIA DI FILI INTRECCIATI TINTI DI ROSA.

 http://www.youtube.com/watch?v=Ys3ipesygr8

     Nella “cornice” istituzionale dell’Ambasciata Albanese di via Asmara 5, in Roma, sabato 12 marzo, sotto gli occhi vigili del principe Giorgio Castriota Skanderbeg dall’espressione compiaciuta, protagonista è stata la poesia albarbëreshe, vale a dire, la poesia albanese della poetessa Valbona Jakova e la poesia arbëreshe del maschitano Tommaso Campera.

Questo incontro culturale, in omaggio alle donne, è stato intitolato “Italia Albania: una storia di fili intrecciati tinti di rosa”. Sono state messe a confronto, due metriche della poesia e due espressioni della stessa lingua che, pur distanti nelle forme e nel tempo ha unito nuovi Albanesi di oggi (Valbona Jakova) e “antichi” Albanesi di ieri (Tommaso Campera): due espressioni poetiche, linguistiche e sociali che sono però parte di una stessa natura e origine.

Ospiti raffinati ed impeccabili, presente il Dr. Llesh kola Ambasciatore di Albania in Italia e la Dott.ssa Donika Hoxha Consigliere presso l’Ambasciata di Albania in Italia che, nel fare gli onori di casa, hanno saputo mettere a proprio agio gli autori, i relatori ed il qualificato e numeroso pubblico intervenuto.

La Dott.ssa Klodiana Çuka e Pasquale De Santis, rispettivamente, Presidente e responsabile delle comunicazioni e relazioni esterne Integra Onlus, in collaborazione con l’Ambasciata Albanese, hanno magistralmente organizzato e coordinato l’incontro culturale.

Il Prof. Edmond Çali, dottorato in lingue e letterature straniere, nonché ricercatore presso l’Università degli studi di Napoli L’Orientale che con erudita conoscenza della materia, ha presentato gli autori Jakova e Campera e relazionato sulla valenza delle loro opere.

La Prof.ssa Dora Liguori, scrittrice, che in riferimento alla ricorrenza dell’Unità d’Italia ha sapientemente relazionato sugli avvenimenti che hanno portato all’Unità d’Italia e su quanto bisognerebbe adottare affinché, sempre più, si rafforzi la consapevolezza di essere Italiani.

Vittorio Arcieri, reporter delle principali testate giornalistiche, che ha curato la mostra fotografica “IntegrAzione” che ha arricchito l’incontro culturale di sabato 12 marzo: la mostra fotografica si proponeva (riuscendoci) di ricordare il memorabile sbarco degli Albanesi in Italia, e dunque, il ventennale di tale avvenimento.

Non ultimo in quanto a professionalità e qualità della sua opera, Ferdinand Bjanku, artista albanese dalla carismatica personalità, che ha curato le riprese fotografiche e cinematografiche allietando l’avvenimento culturale con i suoi contributi musicali.

Tra il pubblico presenti il Prof. Italo Costante Fortino Ordinario di Lingua e letteratura albanese Università di Napoli l’Orientale; Michele Piccianu, Presidente AICCRE (Sezione Italiana Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa); la Prof.ssa Kate Zuccaro Giornalista Ricercatrice della Cultura Arbëreshe; don Giovanni Giudice, già collaboratore di Giuseppe Gangale ed attuale sostenitore delle teorie gangaliane; il Dr. Albert Prenkaj, Ambasciatore in Italia della neonata Repubblica del Kosovo; Tina Paladini referente Integra Onlus di Roma e Turi Bardhi Presidente degli studenti Albanesi di Roma.

Il padrone di casa Llesh Kola, Ambasciatore di Albania in Italia nel suo intervento ha fatto risaltare la capacità di integrazione degli antichi e nuovi Albanesi ma, nello stesso tempo, prendendo spunto dalle liriche scritte in albanese arcaico da Tommaso Campera, descrivendo il contributo dato dagli Arbëreshë all’Unità d’Italia, si è compiaciuto anche della capacità di mantenimento delle radici originarie “l’albanese potrà anche cambiare la terra dove poggia il piede ma non dimenticherà mai chi è e il suo dovere verso il luogo d’origine”.La Presidente di Integra Onlus Klodiana Çuka (essa stessa simbolo di perfetta integrazione) nel suo intervento, ha brevemente parlato della ricorrenza del ventennale dello sbarco degli albanesi in Italia e della positività, rappresentata dalla capacità degli attuali Albanesi di integrarsi ed evolversi.

Il Prof. Edmond Çali relazionando sulla valenza degli autori Jakova e Campera e sulle loro opere, in modo completo ha esposto come le due opere, “La tempesta delle Ore” dell’albanese Jakova scritta in italiano e “Ze një pastan i re” dell’arbëresh Campera scritta in arbëreshe, anziché contrapporsi, si completino a vicenda perché esse rappresentano due specificità della stessa cultura albanese e del filone della letteratura albanese esse fanno parte. In modo particolare, di Jakova il Prof. Çali ha voluto far risaltare come, per le sue numerose opere pubblicate e lavori di traduzioni (p. es. Ungaretti e Neruda tradotti in albanese) essa risulti scrittrice completa. Di Tommaso Campera che è alla seconda esperienza letteraria, il Prof. Çali ha fatto notare come il libro di liriche da lui scritto in albanese arcaico con traduzione a fronte in italiano e contenente anche l’alfabeto, rappresenti un’opera di facile fruibilità per chiunque. Il prof. Çali ha inoltre fatto notare come, l’opera del Campera, per la prefazione fatte alla raccolta di poesie dal Prof. Fortino, per le numerose note riportate a piè di pagina, per i vocaboli arcaici per lo più scomparsi in altre forme dell’albanese, sia opera utile nell’insieme della letteratura albanese e in tale letteratura l’opera vada collocata.                                      

L'incontro si è concluso con un rinfresco offerto dall’Ambasciata Albanese in Italia.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Maggio 2011 14:57
 
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