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Vetam Arbëreshë Campera - Poesia
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Scritto da Tommaso Campera   
Venerdì 03 Settembre 2010 13:40
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Poesia
Poesie insolite
Poesie Ze një pastan i re
Sabato 12 marzo, poesia albarbëreshe
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               LA POESIA NEL MONDO ARBËRESH

            Non è pensabile che sia possibile parlare della letteratura dell’insieme del “mondo albanese” – nel quale l’arbëreshe occupa un posto importante - senza parlare della poesia orale e popolare che da secoli è tramandata dalla voce del popolo: tale espressione poetica, si identifica con l’anima stessa del popolo, è ciò che ne determina la sua indole. 

Stabilito che il territorio oggi identificato come penisola balcanica, per la sua posizione geografica, è sempre stato soggetto ad attraversamenti di popoli migranti e a periodiche invasioni di Celti, Unni, Slavi, Angioini, Normanni, Veneziani, Turchi etc…, viene facile accettare l’idea che prima, gli Iliri - popolo che per antonomasia abitava i balcani - e poi i loro discendenti arbëreshë/albanesi siano sempre stati spinti   ad essere popolo guerriero e fiero. In quel contesto nascevano gli aedi, cantori, la cui voce instillava,  nei cuori, gli ideali dell’eroismo, del coraggio e dell’orgoglio, votati alla difesa delle proprie valli e dei propri monti, anche a sprezzo della propria vita, nasceva così: la poesia epica e l’epopea degli eroi trasformati in numi tutelari delle frontiere e protettori delle genti albanesi.

-         L’epica, certamente, ovunque, è la poesia degli aedi, cantori delle tradizioni dei popoli e dell’esaltazione degli avvenimenti eroici, quella che maggiormente affonda le sue radici nella essenza delle varie etnie - in special modo - della penisola balcanica. Fatta eccezione che, per pochi nomi, questi rapsodi, depositari dei fatti ancestrali del popolo, sono in maggior parte caduti nell’oblio della storia.

Tra i pochi nomi dei più antichi cantori arbëreshë, si ricorda Bala, di Palazzo Adriano (PA): Bala, guerriero albanese che combatté i Turchi a fianco dello Skanderbeg, certamente da lui conosciuto. Per i fatti noti della diaspora, intorno al 1450, con altri  esuli si trasferì nella colonia militare di Palazzo Adriano in Sicilia: ormai vecchio soldato dal carattere tutt’altro che dolce, trascorreva i suoi giorni sui monti intorno a Palazzo, e nell’illusione di scorgere le coste dell’amata Albania, dovuta abbandonare, sollecitato dalla bella figlia di Lala, tristemente cantava le gesta dell’eroica difesa dell’Albania: “ Fiore delicato dei monti, la più bella fra le fanciulle, va là dove nella gioia  trabocca l’oro della prima età e rinfranca il cuore nel sogno soave del mattino. Lascia pure al vecchio Bala l’oscurità delle querce, il fragore del fiume che dal monte precipita e le forre affonda nei pendii”. Testo nella lingua nella quale i versi furono esternati: “Lulë i’hollë t’ malëvat, më a’bukura ndër kopiletë, ec atjè ku ari përdherdet  në hareja  të i’motit pàr, dhe gëzò zëmran në ëndri i’ëmbël. Lër Balës lisat errëta, shtrushin lumit çë nga malit egër bija ndë greminvat. 

-         Nella poesia arbëreshe,  un posto di rilievo viene dato  al ciclo dei poemi di epoca skanderbeghiana o a lui dedicati: il volume di tali opere, è talmente corposo da non poter essere trattato su questi fogli che per  accenni. La più toccante tra le poesie a lui dedicate è “Skanderbeg e la Morte”: si accenna ad un brano che parla  dello Skanderbeg che, dopo 25 anni di ininterrotte  battaglie contro i Turchi, volta ormai la sorte in favore di questi ultimi, approssimandosi all’ultima battaglia incontra la morte, ed ecco che tra i due avvenne   l’ultimo tragico dialogo: “Priru, Skënderbeg, prap! E kush jè ti e nga vjen? Emri im ësht Vëdekja, Gjella jote u fërnua. Tha e u spàv ëndra e gjelles” traduzione: “Torna, Skanderbeg, indietro! E chi sei tu e da dove vieni? Il mio nome è Morte, la tua vita è finita. Disse e scomparve sogno della vita”. 

             La poesia d’amore, come il legame che da sempre unisce l’uomo e la donna, è anch’essa presente nella letteratura arbëreshe, ed è tanto genuina quanto copiosa. A buona ragione si può dire che, ogni innamorato è poeta e portato alla formulazione di versi dedicati all’innamorata o all’innamorato; al riguardo, in una canzone albanese, si leggono queste reciproche lodi: “Quando ti vedo simile a colomba…o mio fiore, o nobile fanciulla, chi ti ama più di me? In un solo ramo hai due pesche”, lei risponde: “Quando ti vedo simile ad un cipresso, o giovanetto, con tanto decoro, io ti guardo e palpito: tu sei l’amore mio!. Ecco il testo nella lingua, con la quale i versi appena letti sono stati scritti: “Kur të shohë a’gleshëma si pëllumbë… moj lul, moj vajza hajdarë, kushë t’do më se u? Mbi një degë ke di pjeshka”, lei risponde: “Kur t’shohë i’gleshim si qeparis, moj trim, ma aqë hjè, u t’ruanjë ma zëmra rrëhalishëm: ti jè dashurin!”. 

Nella poesia amorosa del “mondo albanese”  - per una antica concezione di parità- la donna aveva anche parte attiva; ecco di seguito, alcuni bei versi di Laberia: “Mi trovai, compagne, l’alba in vetta a un monte: avida, bevvi acqua di fonte; e mangiai le cime tenere dell’erba in fiore; e dormii lieta nel manto del mio pastore; e gioii come un agnello nel buon tepore”. Di seguito, il testo in lingua originale: “Dolla, shoqe, dolla në majë të malit; piva, shoqe, piva, ujët e shpitharit; hëngra, shoqe, hëngra majëzën e barit; flijta, shoqe, flijta në shark të çobanit; bëra, shoqe, bëra qejf’n e shelegarit”.

-           La poesia nuziale,  -non meno importante-, era composta da  canti tradizionali eseguiti da cori di donne, interpretanti la parte della sposa e da cori di uomini, interpretanti la parte dello sposo, a formare  un dialogo; venivano inoltre, intonate le lodi degli sposi, accompagnati da versi bene auguranti e solenni giuramenti di amore eterno. A memoria di tradizioni remote, venivano inoltre mimati i gesti del rapimento della sposa da parte dello sposo. Il rapimento simbolico, è retaggio non solo del popolo albanese , ma dell’insieme  atavico delle tradizioni dei vari popoli indo-europei: “Il Ratto delle Sabine” da tutti studiato a scuola, ne è un esempio.

 Come si è potuto vedere, la poesia nel mondo albanese è sempre stata improntata ai generi: epici, guerreschi, cicli delle saghe, dell’amore e dei riti nuziali, mai comunque trasgressive, o fuorvianti da ferree regole, dettate da uno stile di vita austero e legato ad una severa concezione dell’onore, al quale, la vita stessa dell’albanese era legata.

 Indicativo di tale austerità, può essere un detto in uso tra gli arbëreshë di Maschito: “Nëng këtë shihat thembri” tradotto in: “non si deve vedere il calcagno”; il detto, voleva significare la serietà di costume che le madri imponevano alle proprie figlie.

 Tommaso Campera

 

  Minatore di parole

Minatore di parole. È questa la prima definizione che mi viene in mente pensando ai lavori e anche alle provocazioni di Tommaso Campera, responsabile culturale della associazione “Vatra Arbëreshe” di Chieri .

Minatore nel senso che scava: alla ricerca dei significati originari di ogni termine, delle concordanze con altre lingue, di analogie talora ardite (per esempio quelle con certe parole del piemontese).

Come ogni minatore, Campera sa di cercare un tesoro: il suo è una lingua ricca, dalle spiccate peculiarità, diversa dall’albanese moderno parlato in Albania.

Una lingua, l’arbëreshe, con la quale dire e scrivere poesie. Anche poesie erotiche, in cui l’amore non è solo platonico ma pure concreto. Almeno due i livelli di lettura: il primo, più immediato ma anche banale, è quello che si ferma alla superficie, e magari sorride (o arrossisce...) di fronte ad un tema reso con parole così esplicite.

Il secondo, più profondo e attento, parte dal testo in arbëreshe, ne coglie la musicalità e poi, se occorre, passa alla traduzione in italiano che, per quanto curata dallo stesso autore, non può sfuggire all’anatema tradurre = tradire. Qui si scoprirà che l’accenno all’amore fisico è solo pretesto per parlare di altro amore, ancora più totalizzante.

Arbëresh di Maschito (PZ), 55 anni, Tommaso Campera si interessa alla lingua e alla cultura della sua gente sin dalla più tenera età. Col tempo ne è diventato un paladino: per difenderne le peculiarità, mantenerne viva la memoria, tramandarne il valore e i valori alle generazioni che verranno.

 Enrico Bassignana Giornalista e scrittore 

 

Presentazione

 Con questa breve raccolta di “Poesie Insolite”, Tommaso Campera, uomo eclettico, appassionato animatore della nostra associazione con proposte sempre originali e stimolanti, ancora una volta  ci fa dono della sua inesauribile creatività.

Per Tommaso, scrivere dei versi epigrammatici, idilliaci oppure“afrodisiaci” come quelli presenti in questo libretto,  è un  atto d’amore spontaneo verso la lingua del suo cuore, la lingua arbëreshe.

Occorrerebbe condividere il suo stesso amore per la “parola”, ed avere curiosità verso i molteplici significati ch’essa può comunicare a chi si metta in ascolto sul serio, a chi le faccia dire quel che ha da dire; solo così, con questa disponibilità, è possibile camminargli accanto, come avendo qualcuno – un compagno di strada gentile e discreto - capace di coglierne il significato più profondo.

L’associazione Culturale “Vatra Arbëreshe” è lieta di dare l’avvio alla pubblicazione del primo quaderno con il presente libretto, al quale speriamo ne seguano tanti altri, vista la vastità

della cultura arbëreshe nei suoi molteplici aspetti e della considerevole quantità di materiali prodotti dai soci-ricercatori che attendono di essere pubblicati.

La nostra associazione, nata il 19 maggio 2000, è diventata una realtà di riferimento per gli arbëreshë non solo del Piemonte ma di tutta la nostra penisola, grazie alle apprezzate iniziative culturali, prima fra tutte il Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa intitolato all’eroe Giorgio Castriota  Skanderbeg, questo concorso si è rivelato una felice intuizione, una sorta di polo culturale, un provvidenziale punto d’incontro.

La denominazione “Vatra Arbëreshe” = “Focolare italo-albanese” , vuole rappresentare il luogo dell’intimità famigliare, dove attorno ad esso si trasmettono ai giovani i racconti, le leggende, gli indovinelli; i valori forti che hanno consentito la sopravvivenza nel tempo delle comunità arbëreshë, quei modelli culturali ispirati alla Mikpritja (ospitalità), Ndera (onore), Besa (fedeltà), Vëllamija (fratellanza).

In sintesi, gli arbëreshë, alla luce del significativo contributo che lungo cinque secoli

hanno dato per la costruzione del contesto nazionale italiano, sono a pieno titolo comunità italiane, custodi  del loro antico idioma e delle tradizioni popolari, quindi legate indissolubilmente alla realtà nazionale italiana, pur conservando la propria identità culturale; risulterebbe quindi ben difficile scrivere la storia dell’Italia senza includere la componente arbëreshe.

“Vatra Arbëreshe” di Chieri, dichiara la più ampia disponibilità  verso le istituzioni, a tutti coloro che operano in campo culturale  e quanti amano la cultura nel significato più vero del termine.

                                                                                          Prof. Vincenzo Cucci,  Presidente di “Vatra Arbëreshe”  



Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Maggio 2011 14:57
 
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