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Vetam Arbëreshë Campera - Lingua
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Scritto da Tommaso Campera   
Venerdì 03 Settembre 2010 13:26
Indice
Lingua
Sull'esempio del De Saussure ...
Possiamo ritenere lo standard ...
Illiria Post
L'arbëreshe è inadatto ...?
Gaetano Petrotta ...
Tutte le pagine

Il dilemma linguistico arbëresh, la confusione generata dai falsi problemi su quale lingua insegnare e scrivere nelle comunità  albanofone d’Italia.

Elaborazione di Tommaso Campera.

 Dopo secoli di sola trasmissione orale, l’insegnamento della nostra lingua, lo stesso scriverla dovendosi adeguare ad un alfabeto comune, ha fatto nascere dei problemi e delle confusioni su quale lingua sia opportuno insegnare e scrivere.

  In queste generate confusioni, non sono però stati considerati alcuni madornali errori di fondo che sono:

  1.  il considerare l’albanese standard lingua madre delle forme abëreshe parlate nelle comunità d’Italia
  2.  il ritenere che le forme dell’arbëreshe siano dialetti dello standard d’Albania e il non comprendere che, nell’area linguistica albanofona, lo standard d’Albania, non è altro che una variante regionale
  3.  il ritenere lo standard d’Albania l’unica forma dell’albanese adatto per le relazioni  scientifiche
  4.  il sostenere che lo standard d’Albania sia più scevro da italianismi  delle forme arbëreshe 
  5.  il considerare l’arbëreshe inadatto ad una comunicazione intercomprensibile nel mondo  albanofono
  6.  la stessa supina accettazione dello standard albanese nell’areale linguistico arbëresh è un errore di fondo e, allo stesso tempo, appare essere, inadeguatezza verso la propria realtà storico linguistica.

         Non suffragati da dignità scientifica, la prima conseguenza di questi errori di fondo, è stata quella di far sentire i parlanti arbëreshë come incompetenti verso la loro stessa lingua, quella stessa lingua che da secoli è parlata dai propri padri nelle varie comunità italo-albanesi: anche dal punto di vista psicopedagogico, i suddetti errori, risultano deleteri per l’apprendimento della propria lingua storica di minoranza. 

          Ulteriori conseguenze della falsità dello standard albanese come lingua madre delle forme arbëreshe sono: il non rispetto dei diritti fondamentali dell’Uomo perché, là dove lo standard albanese fosse insegnato nelle scuole di area arbëreshe, equivarrebbe ad esercitare sugli alunni, violenza psicologica. Violenza psicologica dovuta al fatto che essi debbono modificare il loro “apparato fonico e auditivo”, per pronunziare suoni dello standard a loro non congeniali e per captare suoni inusuali ai loro orecchi. Pronunzie e suoni che sono estranei alla lingua arbëreshe. 

         Chi scrive il presente articolo, gli errori di cui ai punti 1, 2, 3, 4, 5 e 6 non intende  invalidarli con  proprie soluzioni: le contestazioni a  tali errori verranno invece fatte attraverso le relazioni di chi, per la loro neutralità e la scientificità dei loro studi, non può essere contestato. Per vagliare i punti presi in esame, si presenteranno dunque le relazioni di: Ferdinand De Saussure (“Corso di linguistica generale” – Laterza 2003); Merritt Ruhlen (“L’origine delle lingue” - Adelphi 2001). Si  presenteranno inoltre le relazioni della prof.ssa Ledi Shamku-Shkreli dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana e del Prof. Italo Costante Fortino Docente di Lingua e Letteratura Albanese presso l’Università “L’Orientale” di Napoli.

  Punto 1°: lo standard albanese può definirsi lingua madre delle forme arbëreshe parlate nelle   comunità d’Italia? 

  Questa incongruità, stando alla scientificità dei loro studi, è contestata dal De Saussure  a pag. 265 del “Corso di linguistica generale” (Laterza 2003) e da Merritt Ruhlen a pag. 17 e a pagina 242 de  “L’origine delle lingue” (Adelphi 2001).

Nel Capitolo “La lingua più antica ed il suo prototipo” del volume “Corso di linguistica generale” del De Saussure, a pag. 265 si legge: “Per esempio, invece di parlare di germanico, non ci si faceva scrupolo di citare semplicemente il gotico, perché anteriore di parecchi secoli agli altri dialetti germanici; per usurpazione esso diventava il prototipo, la fonte degli altri dialetti.” La testimonianza più antica e meglio conosciuta del gotico, ci viene dalla traduzione della Bibbia gotica da un originale greco fatta nel IV sec. da Ulfila (forma gotica Wulfilas) vescovo di Costantinopoli.


 Sull’esempio fattoci dal De Saussure per il gotico:

a)             possiamo mai considerare l’artifizio dello standard d’Albania la cui codifica iniziata nel 1952, e conclusasi solo nel 1972, come lingua madre delle forme arcaiche arbëreshe parlate in Italia e degli altri dialetti dell’ “albanese”?

b)           una forma linguistica posteriore com’è lo standard d’Albania, può considerarsi lingua madre delle forme arcaiche come lo sono le forme parlate nelle comunità d’Italia che, per loro stessa definizione “arcaiche” sono anteriori di parecchi secoli allo standard d’Albania?

c)            non è forse esso, lo standard d’Albania - al pari del gotico nel confronto del germanico -, usurpatore di uno status che non gli spetta?

  •  Punto 2°: le forme dell’arbëreshe sono dialetti del novello standard d’Albania? 

Gia invalidata dal De Saussure al punto precedente, questa incongruità, viene contestata dagli studi di Merritt Ruhlen a pag. 17 e a pagina 242 de  “L’origine delle lingue” - Adelphi 2001.

Nel prologo “Il significato della ricerca” del volume “L’origine delle lingue” del Ruhlen, a pag. 17 si legge: “Il collasso dell’Impero, attorno al 500 d.C., fece sì che i dialetti regionali del latino, separati dalla fonte comune, si evolvessero nelle moderne lingue romanze. Secondo l’usuale metafora, il latino è detto lingua madre…”. Dello stesso autore, a pagina 242 del capitolo: “L’espansione indoeuropea” si legge: Delle numerose ramificazione riconosciute della famiglia indoeuropea – una dozzina circa – quasi la metà furono originariamente scoperte nei Balcani, sebbene molte (per esempio il frigio, il trace o l’illirico) si siano estinte, rimpiazzate in tempi storici da lingue del ramo slavo o romanzo e dall’ungherese. Solo il greco e l’albanese moderni continuano i rami di quella prima espansione.”

Dall’esempio di comparazione che ci viene da quanto detto dal Ruhlen per il latino:

a)            escludendo per ovvie ragione temporali lo standard d’Albania, che risulterebbe così solo una variante regionale, qual’é  la fonte comune delle varianti regionali dell’“albanese”? Dove dunque bisogna cercare il precursore delle varie forme regionali che, per comodità, sono definite “albanesi”? 

b)            se per ragioni temporali e di insensato artifizio escludiamo lo standard, con il quale, nel 1952, ex novo - non tenendo conto della realtà linguistica circostante, viene costruita una lingua artificiale (cfr. Ledi Shamku-Shkreli), ad esempio del latino e dei suoi dialetti regionali, non bisogna considerare tutte le forme linguistiche “albanesi” come dialetti di una lingua madre anteriore alla loro frammentazione?

c)            sull’esempio fattoci dal Ruhlen a pagina 242 del capitolo “L’espansione indoeuropea”: non bisognerebbe piuttosto riconoscere la probabile lingua madre delle varie forme del cosiddetto “albanese” nell’ipotizzato illiro o tracio-illiro che, per la vicinanza al ramo anatolico, avrebbe implicazioni anche con il frigio? Al proposito del frigio, cfr. anche Erodono Libro II 2.

 In breve, secondo quanto esposto dai linguisti citati, per poter dire che una lingua è il precursore, la lingua madre di altre varianti da essa derivanti, bisogna poter dimostrare che essa sia anteriore alle altre varianti regionali della stessa lingua, che essa sia attestata mediante documentazioni e che, di essa, si abbiano delle documentazioni letterarie: anche considerando improbabili documentazioni letterarie, considerare lo standard albanese lingua madre delle forme arbëreshe, risulterebbe una evidente un’usurpazione. Una chiara indicazione su ciò ci viene dato dal De Saussure con l’esempio fattoci a proposito del gotico nel confronto del germanico.

 Ora, lo standard d’Albania, nel confronto delle altre forme dell’albanese, non possiede nessuna delle caratteristiche necessarie affinché possa essere considerato lingua madre delle altre varianti regionali della famiglia linguistica albanese:

a)            lo standard non possiede attestazioni di antichità: se anche il suo processo fosse già iniziato dal 1916-1917 con la Commissione Letteraria di Scutari, la sua codifica  è iniziata nel 1952 e si è conclusa solo nel 1972 con il Congresso della Retta Scrittura, quindi, per ragioni temporali, lo standard è posteriore alle altre forme dell’“albanese” parlate in Italia che, per loro stessa definizione, sono dette arcaiche.

b)            lo standard, per ovvie ragioni temporali, come lingua è documentata solo a partire dalla sua codifica e dunque dal 1952: prima di ciò si avevano documentazioni delle varie forme regionali dell’“albanese”, il tosco, ghego, arbëreshe, kosovaro, arbëror etc. etc.

c)            le  opere letterarie in albanese standard, sempre per ragioni temporali, si possono avere solo a partire dalla sua codifica che, così come detto,  si è avuta dal 1952.

Numerose sono invece le opere letterarie scritte nelle varie forme regionali dell’“albanese”.

Tralasciando alcuni frammentari scritti precedenti, già a partire dal XVI sec. si hanno autori importanti per la documentazione della lingua “albanese”. Facendone alcuni esempi, questi sono: J. Buzuku, L. Matranga, P. Budi, F. Bardhi, P. Bogdano, G. N. Brancato, N. Chetta, G. Variboba, G. De Rada, G. Serembe, il Fishta, lo Schirò, il Dara, il Koliqi, il Ferrari e cento altri ancora che, tutti validissimi, in diverse epoche e nelle diverse forme della lingua ”albanese” hanno dato il loro contributo per la conoscenza della nostra lingua nella ricchezza delle sue espressioni. 

 Il De Saussure e il Ruhlen ci danno quindi dei chiari esempi di comparazione del perché, ritenere l’albanese standard lingua madre delle forme arcaiche parlate in Italia, sia da considerare un madornale errore di fondo degno solo di un anacronistico imperialismo linguistico e non compatibile con la tutela di un patrimonio linguistico ormai in declino qual’é l’arbëreshe.

Nonostante gli studi del De Saussure e del Ruhlen, qui solamente accennati, diano valide indicazioni di cosa siano lingua madre e varianti regionali, i nostri linguisti optano per lo standard albanese: opzione che comunque risulta semplicistica e rasenta la faciloneria.  


Punto 3°: possiamo ritenere lo standard d’Albania adatto per le relazioni scientifiche?

Se anche già al punto 1° e punto 2° si è detto che, per ragioni temporali, lo standard albanese non può vantare alcunché nel confronto dell’Arbëreshe, se non quello di essere una variante regionale della stessa famiglia linguistica, per rispondere a questa domanda ci avvaliamo della relazione “Dialetti albanesi e lingua standard”) della prof.ssa Ledi Shamku-Shkreli dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana.

Nella relazione della prof.ssa Shamku, al convegno “Dialetti albanesi e lingua standard” tenutosi il 13 maggio 2009, presso il Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale dell’Università di Napoli “L’Orientale”, tra l’altro, si legge: “D’altra parte la scelta della Conferenza linguistica del 1952 era stata operata senza alcuno studio preliminare scientifico sull’usus nè della lingua scritta né di quella parlata.” – “Dunque il capovolgimento del procedimento scientifico, l’applicazione della norma prima dello studio dei mezzi linguistici determinò una natura alquanto soggettiva della norma standard. Ne derivano numerose limitazioni ed inefficienze che oggi impediscono alla lingua di diventare un mezzo efficace di espressione.” – “In questo ambito di rivitalizzazione degli studi dialettologici e linguistici, in genere, trova piena giustificazione anche il ruolo primario degli studi filologici, abbandonati all’università di Tirana nel 1963; infatti, per un vero arricchimento dello standard non si può prescindere dalla conoscenza autentica delle opere che compongono l’intera letteratura albanese, di espressione ghega, di espressione tosca e di espressione arbëreshe.” -  “Una particolare lacuna è costituita dal mancato studio della lingua e della cultura arbëreshe, …” – “È grave constatare che la letteratura arbëreshe  sia poco conosciuta in Albania, se pensiamo che viene letta solo “tradotta” nella lingua standard.”

 La recente relazione della prof.ssa Shamku, esponente dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana, che crediamo abbia autorevolezza e rappresentatività, mette dunque in evidenza che per la codifica dello standard albanese non sono stati seguite delle regole scientifiche adeguate e questo ha fatto si che,  in esso, siano presenti “numerose limitazioni ed inefficienze che oggi impediscono alla lingua di diventare un mezzo efficace di espressione.”  Contemporaneamente, dalla stessa Shamku apprendiamo che “una particolare lacuna è costituita dal mancato studio della lingua e della cultura arbëreshe, …”  - “è grave constatare che la letteratura arbëreshe sia poco conosciuta in Albania, se pensiamo che viene letta solo “tradotta” nella lingua standard.”

Le risposte che per il punto 3° ci vengono dalla relazione della prof.ssa Shamku sembrano più che esaurienti e ci fanno capire che:

a)    per la codifica dello standard non sono state seguite delle regole scientifiche adeguate

b)    lo standard non è un mezzo efficace di espressione

c)     la lingua arbëreshe non è mai stata oggetto di studio

d)    la letteratura arbëreshe è poco conosciuta in Albania

 I suddetti punti a), b), c) e d) sono sufficienti indizi per farci asserire che, lo standard albanese, mancando della dignità scientifica già dalla sua codifica, non può essere considerato adatto per le relazioni letterarie e scientifiche: come di seguito verrà dimostrato, le lacune allo standard le vengono anche dall’uso insensato, nel parlato comune e nelle relazioni scientifiche, di numerosi prestiti provenienti dall’italiano, dal latino e dal greco, perché esso, lo standard, è mancante di termini propri della lingua.

  •  Punto 4°: si può sostenere che lo standard d’Albania sia più scevro delle forme dell’arbëreshe   da italianismi e da altri prestiti estranei alla lingua?

Se si leggono alcuni quotidiani, varie riviste ed anche alcune opere a carattere scientifico scritte in albanese standard, ci si renderà subito conto che la domanda al punto 4° trova rapida risposta. Gli italianismi ed i prestiti da altre lingue presenti a tutti i livelli nello standard d’Albania sono in tale numero che, a volte, sembrano la proposta per una nuova lingua tagliata. L’influenza delle lingue straniere, specialmente dall’italiano, certamente avviene per l’esterofilia sopraggiunta negli ambienti albanesi, ma anche e per la reale mancanza, nell’albanese standard, di termini originari della lingua. 

Se il mondo accademico albanese ed arbëresh che si occupa della linguistica avesse l’umiltà  necessaria a tutti i ricercatori degni di questo nome, capirebbe che, un grande aiuto alle lacune dello standard, gli verrebbe proprio dalle forme arcaiche dell’arbëreshe d’Italia. Questi invece, accecati da un anacronistico imperialismo linguistico, pensano sia bene unificare la lingua in tutta l’area linguistica albanofona, e quindi, facendole apparire inadeguate, soppiantare tutte quelle forme della lingua “albanese” che costituiscono un patrimonio linguistico e una ricchezza di espressione che i principi della Comunità Europea e le leggi nazionali e regionali d’Italia dicono siano da tutelare. 

 In maniera incongruente, gli italianismi presenti a tutti i livelli nello standard albanese, sono maggiori che nell’arbëreshe di forma arcaica parlato da un  qualsiasi arbëresh con una media conoscenza della lingua parlata e scritta. Da notare che, come già detto, gli italianismi ed i grecismi presenti nelle forme dell’arbëreshe, a differenza che per lo standard d’Albania, sono pienamente giustificati dal contesto storico sociologico e dunque accettati come facenti parte integranti della lingua.

Alcuni articoli pubblicati da quotidiani albanesi (da  me tradotti dall’albanese all’italiano) sono chiari sintomi del malessere che pervade lo standard d’Albania, da questi articoli, risulta evidente di che tipo di lingua si stia discutendo, ed a quale lingua, chi scrive, è contrario.

Come dimostrato dagli articoli che seguono, come chiunque di noi può facilmente osservare leggendo un qualsiasi trattato scientifico scritto in albanese standard, la proposta dell’introduzione dello standard albanese nell’insegnamento della lingua nelle comunità parlanti l’arbëreshe, appare semplicemente  insensata. Proposta insensata  soprattutto in considerazione dei differenti esiti linguistici.


  -               “Iliria Post” - venerdì 18 agosto 2006 - articolo pp. 22: “La lingua dei media: Albanese puro o inutile ibridismo?). 

Le pagine culturali dei quotidiani in lingua albanese, come “Iliria Post”, non fanno altro che avvalorare i dubbi che vengono espresse a proposito della lingua standard. Perplessità che vanno in crescendo, perché, proprio oltre adriatico si leggono articoli che denunziano incertezza linguistica, impoverimento lessicale e ibridismo, come  nel seguente articolo di “Iliria Post”:

“In nessuna maniera l’integrazione in Europa e gli standard europei si  devono ottenere con la perdita dei valori e della nostra identità come Albanesi. Queste perdite di valori, le abbiamo osteggiate sempre e frequentemente, questo però non è sufficiente per dire cosa sta avvenendo. Ogni giorno leggiamo giornali albanesi colmi di parole straniere, vediamo programmi televisivi che adesso non hanno più neppure i titoli in albanese, oppure, sentiamo i politicanti che adesso ti parlano con una lingua ibrida, e per di più, stampe variopinte con più parole straniere di quelle albanesi. / Perché i nostri giornalisti ed i nostri oratori debbono usare la parola “lider” al posto della parola albanese “udhëheqës”, la parola “atakoj” al posto della parola “sulmoj”, “starton” al posto di “fillon”, “atribut” in luogo di “cilësì” e altri esempi che creano apprensione e allo stesso tempo irritano?... / Dunque, come  già detto, l’inserzione delle parole straniere è una manifestazione naturale dello sviluppo della lingua e non tutte le inserzioni di parole straniere va visto come errato o dannoso. Gli scambi tra le lingue e le culture non sono altro che un reciproco arricchimento. Solo che bisogna avere accortezza per non confondere l’una con l’altra,  ed è quello che sta capitando oggi con la lingua albanese, quando si usano insieme molte parole straniere in maniera non necessaria anche quando esistono le parole albanesi, è indice di una disattenzione e oltraggio ai valori esistenti che crea una lingua mediatica che resta molto lontano dall’albanese standard.”

L’articolo prosegue con varie citazioni sull’incomprensibile lingua “albanese”, usata da vari politici che dalla televisione si rivolgono ai cittadini: “... uno degli esempi più eclatanti che offendono l’udito di qualsiasi albanese viene dall’attuale primo ministro il quale... / Altro esempio è il Capo Ispettore V. L. la quale... /  Questo dibattito potrebbe continuare citando altri casi all’infinito, ad iniziare dal parlamento albanese che dovrebbe essere il Tempio dell’Albania... / Inizialmente ci riferiamo agli sviluppi del parlamento albanese che si... / Non più tardi del 22 novembre, il deputato del PD. Z. Olldashi, in una sessione parlamentare con il Primo Ministro Z. F. Nano, con tema la tragedia dei studenti di Malishevo successa  tra Fushë Arrësit e Puka, ha usato una serie di parole straniere le quali, con semplicità,  unendogli un suffisso le ha albanesizzate come se non ci fosse stato nessun problema... / Altro caso,  ancora più ridicolo, è quello del ministro delle finanze Z. Arben Malaj, il quale senza alcuna vergogna, in una conferenza stampa dice: projekt buxheti i viti 2005 nuk mund të “atakohet” për arsye politike. Quello che non si comprende è a chi serva una classe politica albanese sino a quando il suo popolo non può capire  questa lingua  quasi incomprensibile e impura”.

-           “Iliria Post” - venerdì 18 agosto 2006 - articolo pp. 22 “La lingua dei media: Albanese puro o inutile ibridismo?”).

          Nel detto articolo, tra le critiche per l’albanese spurio usato dai vari media, viene anche presentata la “variante linguistica” ed il lessico usato dai politici albanesi: sembra che da questi ultimi, siano usati dei termini non aventi con la lingua albanese alcuna relazione. I politici albanesi che dovrebbero essere d’esempio per le masse usano quindi i seguenti termini: “projekt”, “buxheti”, “atakohet”, “asset”, “vulnerable”, “konfuzion”, “eskortuar”, “injoruar”, “konçeptin”.

 -               “Bota sot” -  articolo pp. del 21 agosto 2006 – articolo pp. 18 “Shqipja dhe sanskritishtja”.           Nell’articolo “Shqipja dhe sanskritishtja” = “l’albanese e il sanscrito”, su un giornale albanese, in sole due colonne sono usati i seguenti termini che un qualsiasi italiano può certamente comprendere: euruditin, lexuesin, auditori, leksioneve, monolog, debat, autori, glosarin, motivimi, glosave, afinitetin, metodën, analizuar, etimologjia, filozofia, logjika, informacion, realitete, konservon, problemi, mitit, ndikimet, reciproke, koncludimin, relativisht, referohat, objektesh, përfundimi, studim, sistemi, konform, visionin, profetik, kuruar, justifikuara, sui generis, operative, gjeniale, teoris, linguistikës, modern, analizë, territor, hipotezar, pretenduesit, specialistëve, dekada, idetë, analizë.


  •  Punto 5°: l’arbëreshe è inadatto ad una comunicazione intercomprensibile nelle comunità   d’Italia?

Al proposito, è utile sapere che cosa dice il Prof. Italo Costante Fortino Docente di Lingua e Letteratura Albanese presso l’Università “L’Orientale” di Napoli.

Intervistato dal giornale albanese “Shekulli” = “Il Secolo”, sulle questioni relative alle incongruenze tra standard albanese e arbëresh e su quale lingua insegnare nelle scuole arbëreshë, il prof. Italo Costante Fortino risponde: “Escludiamo in primis la lingua standard albanese, perché gli arbëreshë con la conoscenza usuale della lingua, non la capiscono. Un esempio può essere chiarificatore sulla comprensione della gente sulla lingua albanese: il 1 maggio 2004, in un paese arbëresh, in occasione della promozione dell’Opera letteraria di Vorea Ujko, quando i relatori arbëreshë relazionarono in arbëreshe comune, il pubblico comprese molto bene, mentre quando relazionarono i relatori albanesi ebbero bisogno della traduzione per seguire i lavori”.

 Il prof. I.C. Fortino prosegue asserendo che: “Bisogna fare molta attenzione  a non creare una lingua artificiale, con elementi che il popolo non riconosce come propri... / È questa la ragione del perché, non si può usare lo standard albanese nello  scritto dei paesi arbëreshë”.

                Da quanto detto dal Prof. Italo Costante Fortino si intuisce che la prima cosa che si pone alla nostra attenzione è che, tra lo standard albanese e le forme arcaiche dell’albanese parlato nelle comunità arbëreshe d’Italia, a causa delle evoluzioni e dei mutamenti avvenuti, si sono create delle difformità ed anomalie linguistiche che, di fatto, rendono difficile la comune comprensione:

“… il 1 maggio 2004, in un paese arbëresh, in occasione della promozione dell’Opera letteraria di Vorea Ujko, quando i relatori arbëreshë relazionarono in arbëreshe comune, il pubblico comprese molto bene, mentre quando relazionarono i relatori albanesi ebbero bisogno della traduzione per seguire i lavori”.

Dunque, alla domanda se “l’arbëreshe possa essere inadatto ad una comunicazione intercomprensibile nelle comunità d’Italia” possiamo rispondere che, se di inadeguatezza alla comprensione sì tratta, essa vada riferita allo standard albanese che, agli arbëreshë, per ragioni di differente evoluzione, risulta oscuro e di difficile comprensione. È opinione comune invece che, per la comunanza dello sviluppo storico e sociologico e, vista anche l’antica koinè linguistica sostenuta dal Koliqi e dal Ferrari, gli arbëreshë parlanti le varie forme dell’albanese arcaico godono di una comune intercomprensione.

  •  Punto 6°: la supina accettazione del dogma ‘standard albanese’ è un tradimento verso il secolare contesto italiano e verso la realtà storico linguistica qui evolutasi? 

Si può qui azzardare che, chi supinamente, ed in modo semplicistico, accetta il dogma dello standard d’Albania nel contesto delle comunità arbëreshe, certamente non ha affrontato in modo conscio il tema della lingua arbëreshe nella sua potenzialità. Seppure questi avessero conoscenza di questa lingua, certamente non ne hanno compreso lo spirito con il quale il tema lingua arbëreshe vada affrontato.

Per non peccare di ipocrisia, bisogna ammettere che, questa lingua, come anche lo standard albanese, non rappresenta nessuna utilità pratica, commerciale e/o economica: se pensiamo a questa lingua in questi termini, è meglio rinunziare ad essa da subito e rivolgerci, semmai, all’inglese, russo, cinese, arabo e ad altre lingue che diano certezza di gratificazione economica.

Se invece vogliamo una lingua della cultura, ebbene scegliamo la lingua di Dante: noi arbëreshë in questo siamo facilitati, chi di più e chi di meno (il sottoscritto rientra tra i meno), siamo già padroni della lingua italiana. Ecco, piuttosto che perdere tempo con lo standard albanese che non ci è di nessuna utilità, non ci appartiene dal punto di vista storico e dell’evoluzione della morfologia linguistica, e vista anche la mancata scientificità con la quale è stato codificato, parliamo piuttosto tutti l’italiano e piantiamola di stupire i linguisti con questo strano fenomeno dell’attaccamento alla nostra bella lingua! 

Per quanto detto, risulta chiaro che il solo spirito con il quale va affrontato il tema lingua arbëreshe, è quello dell’amore verso la nostra cultura linguistica scissa ed evolutasi dal contesto originario, con tutto l’insieme del bagaglio storico e religioso che essa rappresenta nella diaspora del contesto italiano. Chi non ha capito tutto questo e continua nella scelta, facile e semplicistica, dello standard albanese, forse non conosce la propria lingua, forse ha secondi fini, comunque, risulta inadeguato verso dei trascorsi storici linguistici e verso un contesto sociologico secolare che, se arbëresh, gli è appartenuto! 

Quanto appena detto, potrebbe apparire estremamente di parte, dunque riequilibriamo il tutto leggendo cosa hanno scritto della lingua arbëreshe altri personaggi certamente degni di nota.    


 Gaetano Petrotta Piana degli Albanesi (1882-1952) – volume: “Popolo Lingua e Letteratura Albanese”).

Albanologo di grande spessore, profondo conoscitore della lingua albanese, occupa un posto di rilievo tra gli studiosi che in modo scientifico e critico, hanno contribuito alla conoscenza della lingua “albanese”: capacità scientifica e critica che gli consentirono di mettere in luce l’ignoranza sull’albanese di studiosi che, come il Meyer, miravano a secondi fini. Si cita qui uno dei suoi più importanti lavori: “Popolo Lingua e Letteratura Albanese”.

Conoscitore della lingua e delle materie linguistiche, per le peculiarità morfologiche, fonetiche e della sintassi, conservatesi nelle forme più conservative d’Italia (come in quelle di tipo arcaico conservativo di Sicilia, del Vulture in Basilicata ed in alcuni centri della Calabria) il Petrotta vide facile e del tutto naturale lo sviluppo di una koinè linguistica  tra le forme arbëreshë d’Italia. Lo stesso materiale linguistico arbëresh che il Petrotta indica come “… più resistente al logoramento prodotto dall’evoluzione della lingua, la morfologia più sicura per la migliore conservazione delle desinenze sia nella declinazione che nella coniugazione inducono molti a preferire il dialetto tosko e meglio il tosko antico, conservatosi nelle colonie di Grecia e di Italia” è poi stato usato per la creazione dello standard. Il Petrotta, fu antesignano degli sviluppi linguistici che, nei decenni a venire dalla sua scomparsa, sarebbero avvenuti nella minoranza arbëreshe d’Italia: precursore dei tempi, egli anticipò quello che, dal punto di vista psicopedagogico e culturale, sarebbe stato più naturale, più facile, meno deleterio e snaturante per la stessa cultura arbëreshe.

A pag. 349 della sua Opera si legge:

“Secondo noi, le pubblicazioni puramente dialettali sarebbero da incoraggiare perché esse soltanto possono far conoscere ai cultori della lingua le varietà da cui si possano dedurre le forme per la lingua letteraria comune, la quale così solo potrebbe venire fuori completa e spoglia di idiotismi e di forme guaste proprie dei dialetti e dei subdialetti. E gli Albanesi  d’Italia farebbero opera benemerita per la scienza e per la nazione albanese, se, forniti della cultura latina, si mettessero a studiare la loro lingua di origine* avviandola a divenire una lingua letteraria degna di stare fra le varie lingue delle diverse nazioni europee. Certo sotto questo riguardo il dialetto tosko presenta delle qualità che lo farebbero preferire al dialetto ghego specialmente più lontano dal centro. La fonetica più resistente al logoramento prodotto dall’evoluzione della lingua, la morfologia più sicura per la migliore conservazione delle desinenze sia nella declinazione che nella coniugazione inducono molti a preferire il dialetto tosko e meglio il tosko antico, conservatosi nelle colonie di Grecia e di Italia, il quale è assai più vicino dell’odierno ghiego all’opera del Buzuku, come si può vedere ora che se ne conosce qualche brano e se si vuole anche del Budi e del Bogdano. *Si deve qui intendere, lingua conservante i tratti originari della lingua e non certo lo standard che all’epoca non esisteva ancora. 

In conclusione, questo lungo ma insufficiente excursus linguistico, non voleva, e non vuole essere una battaglia contro la lingua standard d’Albania, l’intento  di questa relazione,   è  il ridistribuire i giusti meriti ed i demeriti attribuendoli a chi essi spettano.

Si crede di aver dimostrato che, il valore attribuito allo standard ne esca notevolmente ridimensionato, per contro, l’arbëreshe, nelle sue forme, riacquista un poco della sua antica dignità.

 Coraggio dunque, senza farci intimidire da un improbabile standard, scriviamo la nostra lingua arbëreshe in tutte le sue forme, con tutti i termini italiani e greci, con gli inevitabili errori necessari a confrontarci per poi scrivere meglio, tutto questo fa parte dei nostri trascorsi storici e sociologici in un contesto che ormai ci appartiene da secoli. Quello che invece non ci appartiene, è l’evoluzione/involuzione linguistica rappresentata dallo standard avvenuta in contesti ai quali, noi Arbëreshë, non siamo stati partecipi! 

                                                                                                         Tommaso Campera

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P. S.: Chi fosse interessato a sapere se chi ha scritto la presente  relazione sappia infine parlare e scrivere l’arbëreshe, può consultare alcuni numeri di “KATUNDI YNË” e di “JETA ARBËRESHE”. Può inoltre consultare: I QUADERNI DI VATRA ARBËRESHE “POESIE INSOLITE” (raccolta di poesie di Tommaso Campera); “ANTOLOGÌA DELLE EDIZIONI ANNI DAL 2001 AL 2004” (antologia delle poesie vincitrici del Premio Skanderbeg); “ZE NJË PASTAN I RE” (Liriche di Tommaso Campera);  www.vatrarberesh.it – PENKOLEO (NASCE UNA NUOVA VIGNA). 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 10 Ottobre 2010 12:06
 
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