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Vetam Arbëreshë Campera - Etimologia
Etimologia PDF Stampa E-mail
Scritto da Tommaso Campera   
Venerdì 03 Settembre 2010 13:37
Indice
Etimologia
IL FRIGIO
IL GRECO ARCAICO
IL TRACICO (Lingua dei Traci)
L'ETRUSCO (la Tabula Cortonensis)
Tutte le pagine

LA LINGUA ARBËRESHE (albanese arcaico)

            C’è stato un periodo in cui i linguisti supponevano che la nostra lingua (l’albanese in genere) poteva essere prezioso veicolo per l’etimologia dei vari toponimi, oronimi e idronimi sparsi in tutta Europa. I linguisti di quel periodo  - poi bollato come pan-illirismo - attraverso la nostra lingua, volevano dare spiegazione dei vari nomi di luogo, dei nomi delle montagne e fiumi sparsi in tutta Europa: sembrava ad un certo punto che, attraverso la nostra lingua di origine illira, o tracio-illira, si potesse risolvere l’enigma linguistico che, con le lingue più conosciute come il latino il greco non si riusciva a risolvere. Nonostante oggi si facciano altre ed innumerevoli ipotesi contrastate le une  dalle altre, quell’enigma resta ancora irrisolto e la nostra lingua, specialmente l’albanese arcaico d’Italia, sempre più, sembra accreditarsi per la soluzione di quell’enigma ancora irrisolto dei toponimi europei.

         Se noi Arbëreshë” dovessimo spiegare a chi  arbëresh non è: “Che cos’è questa nostra lingua, cosa diremmo? Come al solito, pavoneggiandoci, diremmo che è una delle lingue più antiche d’Europa… e poi? Poi, specialmente in un territorio non autoctono come l'Italia, dovremmo essere capaci di dire e provare che la nostra non è una lingua aliena ma che essa è da sempre stata presente nei Balcani e - per l’illirizzazione delle coste orientali della penisola italica - è sempre stata presente in Italia già da epoca preromana, dunque, antecedente al latino.

LE PROVE LINGUISTICHE

            Tutto quanto fin qui detto, ovviamente, va minimamente dimostrato. Quindi, con l’aiuto di Erodoto - il primo cronista accreditato dell’epoca - e le sue “Storie” del V sec. a. C.,  si darà prova della possibile espansione della nostra lingua nei territori storici più antichi conosciuti, la Frigia, la Tracia e la Grecia.  Che la nostra lingua fosse radicata in Italia già da epoca preromana, e che essa, ancora oggi è presente  in molti nomi di luogo (toponimi), nomi di montagne (oronimi), nomi di fiumi (idronimi) ed in molti vocaboli dei dialetti italiani non spiegabili attraverso il latino, lo si proverà invece attraverso i dizionari etimologici come: il “Dizionario etimologico della lingua italiana Zanichelli”; “Dizionario etimologico della lingua italiana G. Devoto”; “Enciclopedia italiana fondata da G. Treccani”; “Dizionario della lingua italiana Garzati”; “I dialetti italiani, etimologico, Manlio Cortelazzo, Claudia Marcato”; “Dizionario di toponomastica Utet”; “Botanica Zanichelli, Arthur Cronquist”; “Guida alle vegetazioni d’Europa Zanichelli”.


 IL FRIGIO (lingua morta) E LA NOSTRA LINGUA

“BEKOS” dal frigio = ‘pane’: albanese buk’ = italiano ‘pane’

             Nelle sue cronache dell’epoca  - ERODOTO  – Storie: libro II - gli Egizi –  ci parla di un fatto: “Gli Egiziani, prima che Psammetico salisse al potere, erano convinti di essere essi i primi uomini comparsi sulla terra; ma da quando Psammetico, divenuto re, volle indagare chi fossero davvero i primi uomini, da allora riconoscono che prima di loro vennero al mondo i Frigi; poi comparvero essi prima di tutti gli altri. Non riuscendo Psammetico, per quante ricerche facesse, a trovare un mezzo per sapere chi fossero stati i primi tra gli uomini, ricorse a questo artificio. Affidò a un pastore due bambini neonati, figli di gente qualsiasi, perché li allevasse presso il gregge nel modo seguente: ordinò che nessuno davanti ai bimbi pronunciasse parola alcuna; che se ne stessero da soli in una capanna isolata; all’ora giusta, egli doveva condur loro delle capre e, dopo averli saziati di latte, attendere alle altre occupazioni. Psammetico faceva così e dava questi ordini perché voleva sentire quale parola sarebbe sbottata per prima dai fanciulli, passata che fosse l’età degli indistinti mugolii. E così si fece. Infatti, erano già due anni che il pastore eseguiva questi ordini quando, avendo egli aperto la porta ed essendo entrato nella capanna, ambedue i bambini gli si gettarono ai piedi e gli gridarono “becos”, tenendogli le mani. Sulle prime il pastore, pur avendo udito, non ne fece cenno; ma poi, siccome si recava spesso ad accudire ai loro bisogni ed essi ripetevano frequentemente questa parola, egli avvertì il padrone e, dietro suo ordine, portò i fanciulli alla sua presenza. Quando Psammetico pure gli ebbe uditi di persona, fece ricercare quali fra gli uomini chiamassero qualche cosa con la parola “becos” e a forza di ricerche trovò che i Frigi chiamavano così il pane. Per tale ragione, fondandosi su questo fatto, gli Egiziani convennero che i Frigi avevano un’origine più antica della loro”.   

         Attraverso le storie di ERODOTO sappiamo dunque di un vocabolo frigio: “becos” = “pane” che, comparato con il nome con il quale ancora oggi noi chiamiamo il pane “bukë = pane”  ci da il medesimo risultato comparativo. Bisogna qui dire che, dato il risultato a cui siamo giunti attraverso gli scritti di Erodoto, sia senz’altro da smentire e da ritenere  ingenua la facile etimologia che accostava il termine ‘bukë’ = ‘pane’ al latino ‘bucca’ = ‘bocca’ a cui si porta il pane.

                        Altro vocabolo in comune tra il frigio e la nostra lingua è:  “BALT” dal frigio  = ‘palude’  che, comparato con l’albanese baltë’ ci da i medesimi risultati sinonimi di  ‘fanghiglia, melmosità, palude’: nella semantica e nella morfologia si nota il medesimo   risultato comparativo.


IL GRECO ARCAICO E LA NOSTRA LINGUA

“ENNACRUNO”  dal greco antico = ‘nove fonti’

                        Sempre le storie di Erodoto ci fanno sapere che la nostra lingua odierna parlata tutti i giorni, contiene ed usa vocaboli che erano già in uso in tempi remoti ed in posti mitici, come mitici sono i Pelasgi che erano i primi abitatori autoctoni delle coste dell’Egeo e dello Ionio.  I Pelasgi essendo autoctoni, hanno subito le invasioni degli indoeuropei.

             ERODOTO  – Storie: libro VI, 137 - Erato

Erodoto e sue Storie, oltre che per la conoscenza  degli avvenimenti dell’epoca, sono anche utili   per la conoscenza geografica, per esempio: ci racconta di fiumi e paludi una volta esistenti nella Tessaglia che, già in epoca remota, furono deviati e prosciugate.

            Nel caso che a noi interessa, ci racconta di un monte dove abitavano i mitici Pelasgi e scrive: “I Pelasgi erano stati scacciati dall’Attica ad opera degli Ateniesi: se con ragione o meno, io non ho modo di poterlo affermare. Non posso che riferire ciò che si racconta, cio’è quello che dice Ecateo1, figlio di Egesandro, nelle sue storie, affermando che fu un’ingiustizia. Infatti, secondo lui, quando gli Ateniesi videro quel tratto di terra che avevano loro concesso di abitare alle falde dell’Imetto2 , come compenso per le mura che un tempo avevano costruito intorno all’acropoli e costatarono che quella zona era stata coltivata molto bene mentre prima era sterile e di nessun valore, furono presi dall’invidia e dal desiderio di riaverla: fu così che gli Ateniesi scacciarono i Pelasgi, senza poter addurre alcun altro motivo. Invece, secondo quanto dicono gli Ateniesi stessi, li avrebbero espulsi a buon diritto, poiché questi Pelasgi stabilitisi alle pendici dell’Imetto, movevano di là per commettere atti di spregio di tal fatta. Le figlie degli Ateniesi solevano recarsi sempre ad attingere acqua alla sorgente “Enneacruno”3 (a quel tempo, infatti, non esistevano ancora gli schiavi, né presso di loro, né presso gli altri Greci); e ogni volta che vi si recavano i Pelasgi le colmavano di insolenze e di scherni. Tuttavia non bastò ad essi commettere queste prodezze; ma alla fine furono còlti sul fatto mentre stavano macchinando un’insidia contro di loro. Gli Ateniesi, quindi, a sentir loro, si sarebbero comportati tanto più nobilmente dei Pelasgi, in quanto, mentre avrebbero potuto sterminarli, per averli colti proprio mentre tramavano ai loro danni, non avevano voluto, ma avevano loro semplicemente imposto di andarsene via dal paese”.

            Che, specialmente nell’albanese arcaico, ci fossero molti vocaboli in comune con il greco arcaico - tanto che a volte è difficile stabilire se siano più greci o più albanesi - era già noto, in questo caso, Erodoto ci da un indizio certo sul fatto che la nostra lingua era parlata nei balcani, precisamente a due passi da Atene  nel V sec. a.C.

            Dunque, da quando ci dice Erodoto, sul colle Imetto, nei pressi di Atene, c’era una  sorgente chiamata “Enneacruno” che significa “nove fonti” che fu così chiamata al tempo dei Pisistratidi. Il collegamento per una comparazione tra il nome “Enneacruno” e la nostra lingua è nella seconda parte del nome, in quanto il nome che è una contrazione  di due distinti voci “ennea = nove” e “cruno = fonti” la seconda parte del nome “cruno = fonti” confrontato con il nome arbëresh “krùa = sorgente”, nella radice e nella semantica  ci da lo stesso risultato di “sorgente, fonte”.

IL TRACICO (lingua morta) E LA NOSTRA LINGUA            

I tracologi (studiosi della lingua dei Traci) suggeriscono che, alcuni termini collegati fra il trace e albanese, indicano come il trace e l'albanese posano essere  lingue sorelle, questo però potrebbe indicare solo una interazione tra i due gruppi dovuta alla contiguità territoriale. Comunque sia, la possibile relazione fra trace e Albanese è ancora oggi presa in considerazione, mettiamo dunque a confronto i seguenti termini del tracico con la nostra lingua: per gli arbëreshë, giacché siamo bilingui (italo-albanesi) sarebbe meglio dire “una delle nostre due lingue”

  • “SÌCA” dal tracico = ‘pugnale’. La parola italiana ‘sicàrio’ indica ‘chi uccide o compie azioni malvage per mandato altrui’. IL DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA ZANICHELLI dice: Sicàrio’, dal latino ‘sicàrium’, ha origine da ‘sìca’ pugnale con la lama ricurva e aguzza, proprio dei Traci antichi. Così come ci viene indicato sicàrio’ e ‘sìca’, sono un tutt’uno con l’albanese thikë, thika’ = ‘pugnale, coltello’ corta arma da taglio con lama aguzza.
  • “MANTEIA” dal tracico, = mora’ (di gelso). Facilmente, ‘manteia’ si può mettere in relazione coll’albanese ‘man, mana’ che, dall’albanese, similarmente al tracico, ha semantica di ‘mora’ (di gelso).
  • “MESENAI” dal tracico, = ‘puledro’. Anche in rapporto a “ΜΕΖΗΝΑΙ” corrisponde verosimilmente a 'Menzana' "divinità equina" della Messapia il termine del tracico “mesenai”  è confrontabile con l'albanese ‘mes, mezi’ termine che dall’albanese  ha semantica di ‘puledro’.
  • “BUZA” dal rumeno, = ‘labbro’. Il rumeno, più che altri popoli, ha ereditato dal sostrato daco-tracico alcuni termini che, comparati con l’albanese, danno l’idea di due popoli che in passato ebbero interazioni anche linguistiche dovute alla contiguità territoriale. Comparati dunque i termini del rumeno ‘buza’ e dell’albanese ‘buzë’ dalla loro traduzione avremo il medesimo risultato di ‘labbro’ (della bocca).


L'ETRUSCO E LA NOSTRA LINGUA

La Tabula Cortonensis, è scritta nella antica lingua etrusca, della traduzione che si è cercato di dare a quel reperto e della traduzione fatta, poche sono le parole tradotte senza ombra di dubbio o che non suscitino perplessità.

Secondo la tesi del linguista Çabej, in Italia ci sono vari toponimi prelatini che sono spiegabili solo attraverso la comparazione con l’albanese. Secondo questa tesi, anche nella traduzione dello scomparso etrusco, l’albanese potrebbe essere utile ausilio per la traduzione di quella lingua.

“MLESIAM” è un termine che dall’etrusco è stato tradotto in ‘colline’.

Confrontando il termine etrusco “MLESIAM” = ‘colline’ con il termine arbëreshe “MALËSÌE = ‘montagne, catena di montagne’, si potrà  notare come i due termini (etrusco e albanese) si equivalgano nella morfologia e nella semantica di ‘montagna, collina, altura in genere’. Considerando inoltre che, sovente, nelle lingue antiche le vocali venivano sott’intese, se nel gruppo consonantico m-l- inseriamo la ‘a’ che si suppone sott’intesa, dell’etrusco “MLESIAM” si otterrebbe la lettura “MALESIAM”. Si noterà così come, in entrambi i casi, la radice ‘MAL’ = ‘montagna, altura in genere’, venga conservata sia nell’etrusco e sia nell’albanese.

  

Tabula Cortonensis, ishte e shkruar në e lashta gluha etruskjan.

Nga përkëthimin çë kle bënur mbi të, pak jan fialat përkëthjerë pa dushim.

Sipas tezin i gluhëtari Çabejt, në Italia jan ndryshe emervend (toponim) paralatinisht çë kan spiegim vetem ndëpërmest gluha shqipe. Sipas kjo tezi, edhe në përkëthimi i etruskjanit (gluh e humbur) gluha shqipe mund t’jet ndihme i vlefshëm për përkëthimin e sai.

 “MLESIAM” ishte një emer çë, nga etruskjani, kle përkëthier ‘koderë’.

Ndë përqasmi emrin “MLESIAM” = ‘koderë’ me emrin shqip “MALËSÌE = ‘mal, grumbul malsor’, mund të shikomi (vëmi kufì) si t’di termat (etruskjan dhe shqip) jan gjithënj me domethënëja ‘mal, koder, lartësì’. Përmëshum, paramënduar se, në emrin i etruskjanit “MLESIAM” në grumbullin bashkëtingëllorë  m-l-   ishtë i mundëshim të ndënkuptohet “a-jan”, kuptomi si t’di emrat (etruskjan – shqip) do të ishan bashkuar nga e njëjta rrënjë ‘mal’.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Maggio 2011 20:07
 
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