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Vetam Arbëreshë Campera - Standard Arbëresh
Standard Arbëresh PDF Stampa E-mail
Scritto da Tommaso Campera   
Domenica 17 Ottobre 2010 00:00
Indice
Standard Arbëresh
L'interpretazione autentica legge 482/99
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PRESTO SUL BLOG: "CREIAMO LO STANDARD ARBËRESH?"

            Tra le necessità di ogni società complessa ed evoluta, vi è anche un codice   linguistico che, al di là delle espressioni dialettali, abbia carattere di ufficialità per  gli atti  istituzionale e per l’insegnamento scolastico. Questo, nell’ottica che i dialetti regionali, dovrebbero comunque permanere per un maggior arricchimento dell’espressione linguistica stessa.

            La società arbëreshe, intesa come insieme delle comunità albanofone d’Italia, ha estremo bisogno di una forma linguistica che abbia valore di ufficialità istituzionale e di insegnamento linguistico nelle scuole della così detta Arbëria: gli altri (i non arbëreshë), vorrebbero infine sapere qual è la lingua con cui comunicare con gli arbëreshë e quale lingua viene insegnata alle nuove generazioni scolastiche. E poi, gli arbëreshë, sono un gruppo sociale o sono tante comunità nomadi per l’Italia? La lingua è l’arbërisht oppure sono tante espressioni dialettali differenti tra di loro?  

            Ecco quindi che gli arbëreshë, le comunità albanofone d’Italia, hanno bisogno di un codice linguistico unitario che risponda, alle necessità di ufficialità verso le istituzioni, e per essere finalmente compresi dai non arbëreshë. Sino ad ora, gli esperti del caso, i linguisti - fuorviati dalla semplicistica soluzione dell’albanese standard d’Albania – non sono riusciti a dare risposta a questa evidente necessità degli arbëreshë.

            Dato per scontato che sia possibile la codifica di un arbërisht unificato, prima di pensare a qualsiasi tipo di lingua che risponda alle esigenze di ufficialità - ormai irrinunciabili – nelle comunità albanofone d’Italia, le domande che, genericamente, dobbiamo porci sono le seguenti:

a)    La nostra lingua - l’arbërisht in tutte le sue forme – parlata in Italia è oramai in rapido declino, pensiamo di essere ancora in tempo per la codifica di un idioma unico che sia rispondente alle esigenze di uso ufficiale e di insegnamento unitario nelle scuole d’Arbëria?

b)   In presenza del già codificato standard d’Albania, pensiamo che questo possa essere utile nell’insegnamento delle comunità albanofone d’Italia, oppure, per i diversi esiti linguistici sopravvenuti  tra arbërisht e albanese d’Albania  pensiamo che quest’ultimo non sia rispondente alle esigenze linguistiche degli arbëreshë?

c)    Per una futura codifica dell’arbërisht, si vorrà usare il già esistente alfabeto albanese codificato a Monastir (con l’inevitabile aggiunta dei segni grafici mancanti alle esigenze fonetiche), oppure, si vorrà creare “ex novo” un alfabeto proprio dell’arbërisht?

d)   Dato che, per evitare un appiattimento culturale, sarebbe auspicabile il mantenimento delle diverse forme dell’arbërisht nelle diverse comunità albanofone d’Italia, il creando arbërisht, in quali contesti si penserebbe di renderlo ufficiale e  quali obblighi d’uso gli si attribuirebbe?

e)    Gli arbëreshë, vanno fieri dell’estremo orgoglio di se stessi: dato che, non sempre  lo spropositato orgoglio risulta positivo per il conseguimento di fini comuni, gli arbëreshë saranno disposti ad accettare uno standard che non sia totalmente rispondente alla propria forma linguistica?

f)     Nella codifica dell’arbërisht standard, per i vocaboli eventualmente mancanti, si  vorrà attingere dal lessico di quelle comunità albanofone dove essi sono stati conservati? Qualora i vocaboli con stesso significato semantico dovrebbero essere sovrabbondanti, questi andrebbero a costituire dei sinonimi. 

g)    Dato per  certo che gli arbëreshë d’Italia godano di una comune intercomprensione, appurato che comunque, seppur in modo non sostanziale,  esistono delle differenze, quale forma linguistica si pensa di adottare? Per la codifica dell’arbërisht comune, non dovremmo dare ascolto p. es. ad albanologi come Gaetano Petrotta che, per la codifica dello standard proponeva l’uso della forma: “… più resistente al logoramento prodotto dall’evoluzione della lingua, la morfologia più sicura per la migliore conservazione delle desinenze sia nella declinazione che nella coniugazione inducono molti a preferire il dialetto tosko e meglio il tosko antico, conservatosi nelle colonie di Grecia e di Italia”. - “La fonetica più resistente al logoramento prodotto dall’evoluzione della lingua, la morfologia più sicura per la migliore conservazione delle desinenze sia nella declinazione che nella coniugazione inducono molti a preferire il dialetto tosko e meglio il tosko antico, conservatosi nelle colonie di Grecia e di Italia, il quale è assai più vicino dell’odierno ghiego all’opera del Buzuku, come si può vedere ora che se ne conosce qualche brano e se si vuole anche del Budi e del Bogdano.”  Sembra dunque che, dalle indicazioni del Petrotta, si evince che per la codifica dell’ipotetico standard arbëresh, sia da preferire “…  il tosko antico, conservatosi nelle colonie di Grecia e di Italia …” Quindi, il tosco di forma arcaica per: La fonetica più resistente al logoramento prodotto dall’evoluzione della lingua, la morfologia più sicura per la migliore conservazione delle desinenze sia nella declinazione …” ?

h)   Nell’immancabile verità che unico vero depositario e custode della lingua è il popolo che la parla, in che modo si penserà di coinvolgerlo?  Chi, e quali istituti dovrebbero partecipare alla codifica del futuro arbërisht comune?

i)     Visto che, attualmente, non ci sono docenti preparati per il di là da venire arbërisht comune, quali istituti, quali caratteristiche e quale grado di conoscenza dovrebbero avere affinché vengano preparati i futuri insegnanti?

j)     Dato che, sovente, gli insegnanti sono in possesso di tecnica grammaticale ma mancanti del patrimonio linguistico parlato, non dovrebbero questi essere affiancati da esponenti del popolo depositari del patrimonio linguistico?

Queste ed altre sono le domande alle quali noi tutti (voi ed io) dovremmo dare risposta prima di incamminarci nel non facile percorso della codifica di un arbërisht standardizzato.

Vi invito dunque a dare il vostro contributo scrivendo e mandando: i vostri pareri costruttivi; i dubbi che siano comunque indicativi di una possibile  soluzione; il lessico che pensate debba immettersi nello standard arbërisht; quale forma dell’arbërisht adottare e quanto altro ancora possa essere di contributo alla futura codifica dell’arbërisht comune.

Tommaso Campera


RISPOSTA ALL’INTERROGAZIONE SU QUALE SIA LA FORMA DELLA LINGUA ALBANESE TUTELATA ED A QUALI USI SIANO DESTINATI I FONDI STANZIATI DALLA  482/99.

Scritto da Tommaso Campera giovedì 28 ottobre 2010

            Dopo innumerevoli interrogativi, dubbi creati “ad hoc”, con visioni del tutto personali sulla legge 482/99, diatribe su quale lingua si intendesse tutelare, ed infinite disquisizioni su quale fosse la lingua di riferimento nelle comunità e per le comunità italo- albanesi d’Italia:  ecco finalmente, la chiara ed univoca risposta del Sottosegretario di Stato per l'Interno, all’interrogazione che, in data 03 febbraio 2010, è stata presentata, attraverso e per l’interessamento degli On. Cambursano Renato e Scilipoti Domenico.   

 Della legge 482/99 e della sua interpretazione, se ne sono sentite tante e tali, che ormai, si rischiava la trasformazione in leggenda e di rasentare il ridicolo.

Fondata su di un principio chiaro - come chiaro è l’Art, 6 della Costituzione Italiana – come logica apparente, non ci si poteva aspettare altro che una legge di tutela, tutelasse appunto, le minoranze linguistiche che da secoli fanno parte del territorio italiano, i cui popoli, hanno contribuito alla scrittura della Carta Costituzionale: al proposito, tra i tanti, facciamo un solo nome, Costantino Mortati giurista e costituzionalista italiano (Corigliano Calabro 27 dicembre 1891 – Roma, 25 ottobre 1985). 

 Complice la mancata codifica di un arbëreshe standard per le comunità italo-albanesi d’Italia che fungesse come lingua veicolare verso le istituzioni, per gli atti ufficiali e per l’insegnamento scolastico (eccezion fatta che per alcune regioni lungimiranti) dopo il nulla in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche d’Italia, l’approvazione della legge 482/99 sembrava dare adito alle più svariate interpretazioni.

Per alcuni che vedevano nella legge una interpretazione genuina e senza secondi fini, la 482/99 giustamente era tesa alla tutela delle forme linguistiche in uso nelle varie comunità di minoranza storica, da secoli  radicate in Italia con i loro usi e costumi.

Per altri, invece, il dettato della legge 482/99 non dava chiare indicazioni su quali lingue fossero da tutelare. Nel caso degli italo-albanesi, secondo questi, in mancanza di uno standard arbëreshe, bisognava piuttosto riferirsi ad una fantomatica lingua madre che veniva indicata nell’odierno standard albanese d’oltre Adriatico. Quanti di questi ancora nutrissero dei dubbi su quale lingua albanese il legislatore si riferisce nell’impianto della 482/99, li invito a leggere il seguente stralcio tratto dalla risposta all’interrogazione presentata: Va preliminarmente evidenziato che la legge n. 482 del 1999 non si presta ad interpretazioni tali da consentire la tutela delle lingue straniere genericamente intese, e ciò per varie considerazioni.”

Ricordiamo che lo standard albanese è lingua codificata “ex novo”, ad iniziare dal 1916/1917 in Scutari con le  “Regole dell'ortografia della lingua albanese”, seguendo nel 1953 fino ad arrivare al 1972 con il “Congresso della  Retta scrittura della lingua” in Tirana.

Credo che, per quanto appena detto, tutti si chiederanno: come può lo standard albanese d’Albania che è lingua codificata negli anni 1953 e 1972, essere considerata lingua madre delle forme arcaiche dell’arbërisht, parlato in Italia, che risalgono ad almeno 6 secoli prima? Può mai essere  la figlia, madre della propria madre? Può essere considerato l’italiano lingua madre del latino che all’italiano è antecedente di molti secoli? Per altri approfondimenti sul tema, leggere “Il dilemma linguistico arbëresh” pubblicato sui siti: www.jemi.it  -  http://vetamarbereshecampera.it

Ebbene cari signori, si è arrivati a tale libera interpretazione della legge di tutela 482/99 e, sopratutto, a tale libera applicazione della legge di tutela.

La libera applicazione della legge, era addirittura avvallata da un nostro deputato arbëresh. Interpellato sulla corretta interpretazione della legge 482/99, in luglio 2009, dimostrò di voler fare “fuoco e fiamme”  presso  Raffaele Fitto (Ministro Dipartimento per gli Affari Regionali):   a suo dire, anche a lui sembrava che l’applicazione della legge non fosse proprio corretta e che “l’albanese d’Albania non ha niente da spartire con la legge 482/99.” Senonché, lo stesso deputato arbëresh, in settembre 2009, ci fa sapere che “sì, purtroppo l’applicazione della legge 482/99  è lasciata alla libera interpretazione e io non posso fare niente.” Dunque, a suo dire, chi nella detta legge ci vedeva l’albanese d’Albania, era libero di  insegnare tale lingua e, per questo, libero di usarne anche i fondi dalla legge derivanti.  

Ecco dunque che, in base a tale libera interpretazione ed aberrante applicazione della legge, per limitarci a solo tre esempi, come risultati abbiamo avuto:

  • Sportellisti inquadrati nell’ottica di un albanese standard d’Albania che i nativi dei comuni arbëreshë non capiscono: emblematico di ciò è il fatto che, in un filmato girato in un paese arbëresh della provincia di Cosenza, alla sportellista si presentino quattro ragazzi delle medie che chiedono spiegazioni su di una parola che   riferiscono aver inteso dai nonni; tale parola è “gjellen” con il significato in arbëreshe di “vita - la vita”. La sportellista risponde loro, che la parola “gjellen”  non esiste e che essa è una storpiatura della parola “gjellë” che, nell’albanese d’Albania, significa “cibo”. Dall’esempio appena fatto si evince che, gli sportellisti che, nei paesi arbëreshë, dovrebbero promuovere la lingua in uso nella comunità, di questa, sovente non hanno conoscenza. Non sanno p. es., che la parola “gjellë” con significato di “vita” è presente nel dizionario di Emanuele Giordano (edizione 2000).  Con uguale radice e analogo significato di “vita”, la parola “gjellim” è riportata nel dizionario di Angelo Leotti (edizione 1935). Se questi esempi non bastassero, alla suddetta sportellista consigliamo di consultare un punto fermo della cultura arbëreshe come lo è Giulio Variboba in “Ghjella e S. Mërijs Virghjer” = “La vita di S. Maria Vergine”. Quanto appena detto, comprova come l’arbëreshe abbia un vocabolario ricco, tale da non aver nessuna necessità di avvalersi di altra lingua per essere compresa; inoltre, è assurdo pensare di voler comprendere una lingua anteriore, attraverso l’utilizzo di termini di gran lunga sucessivi.  Semmai, si dovrebbe fare l’esatto opposto!

 

  •  Impianti di cartellonistica bilingue, la cui lingua “albanese”, dagli arbëreshë delle comunità non è accettata come propria espressione linguistica: di ciò, p. es., ne fa fede la Delibera di Consiglio del Comune di Civita (CS), con la quale si chiede la rettifica dell’albanese usato nella scrittura dei cartelli poiché forma linguistica che non viene riconosciuta come propria: da notare che, nella stessa Civita, nello scritto dello sportello linguistico, si è commesso un falso storico e linguistico, infatti, nello scrivere “gjuhësor” non è stata rispettata la forma dell’albanese arcaico in uso in Civita che è “gluhësor”.

 

  • Licei linguistici - dove in passato nascevano gli ideali per lo stesso risorgimento degli “Shqipëtarë” -  per i quali si chiede di non tagliare i fondi  per l’insegnamento della lingua di minoranza, ma non sapendo allo stesso tempo,  specificare per quale lingua, in base alla 482/99, (cui la richiesta di sostegno fa riferimento)  si chieda il sostegno: se si tratti della lingua del grande Poeta Gerolamo De Rada che è poi la nostra lingua, arbëreshe, oppure, dell’albanese standard d’Albania che (così come dettato nella risposta per l’interpretazione autentica della 482/99), non ci appartiene dal punto di vista storico e non è in nessun modo  inserita nella legge per la tutela delle minoranze linguistiche  storiche d’Italia.  

            Sono sempre più convinto che, come da molti richiesto, il ministro Gelmini dovrebbe sì intervenire, ma per fare pulizia di tante , troppe ambiguità.    

Quanto suddetto e altro ancora, sono stati gli interrogativi che, sin dall’inizio, chi scrive (insieme all’associazione di cui è referente culturale) si è posto e, sulla base dei quali e per gli stessi ideali nutriti da anni, si è chiesta la presentazione dell’interrogazione per avere l’interpretazione autentica da attribuire alla legge 482/99.

 In conclusione, dato che, per avere, finalmente, una risposta su che cosa il legislatore intendesse per “albanese”, riferito all’impianto della 482/99, ci siamo dovuti rivolgere a deputati che, come l’On. Cambursano  non  sono arbëreshë ma bensì piemontesi, ci si chiede: perché i nostri Onorevoli, che pur interpellati, dicendosi in un primo momento pronti a raccogliere firme, tra i deputati, per presentare l’interrogazione, non siano stati poi in grado, essi stessi arbëreshë,  a dare risposte alle loro comunità. Perché Onorevoli? 

Pafshit  shëndet nga Tommaso Campera.

Vi lascio alla lettura dell’interrogazione presentata il 03 febbraio 2010 e della successiva risposta ottenuta dopo la conclusione dell’iter il 18 ottobre 2010: potrete visualizzare i detti documenti direttamente da: http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=21530

 

Ultimo aggiornamento Sabato 06 Novembre 2010 14:06
 
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