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Vetam Arbëreshë Campera - Recensioni
Recensioni - Pagina 9 PDF Stampa E-mail
Scritto da Tommaso Campera   
Martedì 10 Agosto 2010 11:45
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ZE NJË PASTAN I RE - NASCE UNA NUOVA VIGNA: LIRICHE DI TOMMASO CAMPERA

Prof. Edmond Çali, Roma, marzo-aprile 2011

 

Le liriche in arbëresh “Ze një pastan i re” di Tommaso Campera si presentano in questa edizione del 2011 in una versione completa.        

            1.a. Il testo delle liriche è preceduto da alcuni importanti contributi. La Dr. Annunziata Delli Santi in “Il pensiero di un’arbëreshe di San Marzano di San Giuseppe sulla poesia di Tammaso Campera” (pp. 5-7) sottolinea che “Le sue liriche sono un vero patrimonio lessicale” nel momento in cui “oggi più che mai il patrimonio linguistico e culturale arbëresh di questo comune ha bisogno di un’opera di recupero. In esso come in tutta l’Arbëria italiana, alcuni termini sono persi, trasformati, nelle poesie del Campera, sono ben conservati” (p. 6).

Le liriche ci vengono presentate in arbëresh e nella loro traduzione italiana. Ecco cosa dice la Delli Santi: “Per concludere, c’è da dire che la traduzione italiana perde in musicalità ed espressività, l’arbëreshe è diverso. Come già innanzi detto, nelle sue poesie ci sono termini molto più conservativi di quelli che nella realtà Maschito ha nel suo parlato, le poesie di Tommaso Campera possono rappresentare un trampolino di lancio per creare vitalità in una lingua che a Maschito sta morendo nonostante gli sforzi di scuola, amministrazione e istituzioni” (p. 7).

Secondo noi la presenza del testo e in arbëresh e in italiano è una necessità ed un’ottima scelta.

            1.b.  L’importanza dell’operato di Tommaso Campera per la conservazione della lingua arbëreshe di Maschito viene sottolineata anche da Antonio Mastrodonato, sindaco del comune di Maschito e dal Prof. Vincenzo Pianoforte, assessore alla cultura del comune di Maschito: “All’autore delle liriche, la nostra gratitudine e riconoscenza, consapevoli dello sforzo e dell’impegno profuso nel realizzare l’opera in lessico arbëreshe-maschitano: “Nasce una nuova vigna” (prima testimonianza scritta in maschitano) dopo la perdita del patrimonio letterario dovuta all’incendio del settembre 1945” (p. 8).

             2.a. Una parte molto importante del libro è la prefazione di Italo Costante Fortino che tratta alcuni aspetti e temi significativi dell’opera di Tommaso Campera quali la visione poetica (pp. 15-16), le parole arbëreshe (pp. 16-19), il ritorno (pp. 20-22), la diaspora (pp. 22-23) e l’espressione linguistica (pp. 23-30).

Secondo Fortino “L’intenzione del Campera non è solo quella di insistere sulla cultura e sulla lingua del passato, ma di confrontarsi anche con il presente in tutti i suoi risvolti. La ricerca dell’espressione poetico-linguistica nasce proprio dalle considerazioni sullo stato presente, dalla riflessione su una cultura che si è trasmessa per cinque secoli e da una lingua che, senza particolari strutture di sostegno, è ancora parlante” (pp. 23-24). Arriviamo così alla poesia di Campera: “Da qui una poesia delle origini e una lingua anch’essa delle origini, arcaica allo stesso tempo innovata, fievole per alcuni aspetti ma robusta per altri nell’esprimere particolari sensazioni legate al modo di appartenenza” (p. 24).

Il testo bilingue del libro, con l’originale arbëresh e la sua traduzione italiana a fronte è una condizione indispensabile per la presentazione di un’opera in arbëresh nell’ambiente letterario arbëresh, nell’ambiente letterario italiano ed anche per il lettore albanese. Ma dobbiamo tener presente che la versione italiana è sempre una traduzione e che la vera poesia va trovata nel testo in arbëresh. Il prof. Fortino spiega così la differenza: “Lontana dalle vibrazioni del testo albanese è la traduzione italiana, opera dello stesso autore. Questa rappresenta concetti e sensazioni con suoni che nell’immaginario arbëresh appaiono generici, appartenenti ad altra cultura, mentre il testo albanese crea l’atmosfera unica che appartiene solo a quella cultura, a quell’ambiente, a quel modo di sentire. Sono i suoni della lingua arbëreshe ad evocare un concetto che contiene in sé dettagli propri, connotazioni uniche” (p. 24).

L’arbëresh usato nei diversi centri albanofoni in Italia cambia se ci spostiamo da un paese arbëresh all’altro. Le differenze delle parlate arbëreshe sono un patrimonio che va conservato e per questo motivo l’uso della parlata di ogni singolo paese anche nelle opere scritte aiuta a tutelare l’identità culturale e linguistica anche nelle diversità, siccome la lingua arbëreshe è risultato di tutte queste diversità. Dunque è importante valorizzare, come fa il Campera, le potenzialità della propria parlata arbëreshe: “La lingua del Campera è quella che si parla ancora oggi a Maschito che lui valorizza in tutta la sua potenzialità, andando a recuperare frammenti lessicali eventuali in dissolvenza o dimenticati. Il tentativo ben riuscito del restauro lessicale, in cui la radice di un toponimo che ha resistito al tempo fa comprendere altri termini derivati, si allarga alla polisemia e alla varietà terminologica” (p.24).   

In seguito Fortino nella sua analisi linguistica si sofferma anche sull’evoluzione e sulle innovazioni della parlata di Maschito (pp. 26-29) ed evidenzia l’atteggiamento di Campera: “Questi fenomeni ormai consolidati nell’eloquio quotidiano sono stati accolti con diritto di cittadinanza dall’Autore, sulla base del principio di non interferire più di tanto nella lingua che ancora oggi parla la gente” (p. 29).

Il lessico è una parte importante della lingua arbëreshe ed il Poeta ha dato un prezioso contributo con la sua opera: “Nel campo lessicale il Campera ha valorizzato tutto il patrimonio albanese ancora vivo, ha sfruttato la flessibilità che hanno i radicali dell’albanese per il tramite della suffissazione, e si è mostrato poco generoso nei confronti dei prestiti italiani, mentre in casi del tutto sporadici ha fatto ricorso a termini della lingua standard. L’impostazione che il Poeta si è dato risponde alla visione culturale-linguistica che egli ha delle comunità albanesi d’Italia” (pp. 29-30).

            2.b. Le notizie sull’autore e sul suo mondo arbëreshe che precedono il testo delle liriche (“Nota sull’autore”, p. 31; “La famiglia”, p. 32; “Una coincidenza degna di nota”, p. 33) offrono ulteriori informazioni indispensabili alla comprensione della sua poetica e del suo percorso letterario. Nelle pp. 34-35 viene fornito anche l’alfabeto arbëresh usato da Tommaso Campera, testimonianza della cura filologica con la quale è stata preparata la presente edizione. Ricordiamo anche le note che accompagnano la traduzione italiana di molte poesie in cui viene riportata la traduzione di determinate parole.

            3.a. Ripetizione creativa: elementi che si ripetono nelle liriche di Tommaso Campera.

L’usignolo (rrishinjualli) con il quale il poeta si incontra, si paragona e si immedesima nella prima poesia del volume (po diligoja sa: rrishinjualli /çë mbi ghorrit më i lart më folijë-ma capivo che: l’usignolo/che sull’olmo più alto mi parlava) ritorna anche in “Kopshtari” (L’ortolano). E’ sempre un rapporto tra l’usignolo e l’uomo, tra il canto della natura: Rrishinjualli thorzë kalidhaz / - i fshehur nga mbërzhanëja - / këndon, mba areksur kopshtari /… një burë gjithë ari. (L’usignolo accanto alla capanna / - nascosto dall’ombra - / canta, rallegra l’ortolano/ … un uomo tutto d’oro).

            3.b. Sono due gli elementi che si ripetono nelle liriche di Campera: la pietra e il mare, dunque la terra e l’acqua, solidità dell’uomo, richiamo alle origini, alla memoria, alla resistenza, al legame con la patria antica e allo stesso tempo lontananza, distanze, amore per la donna, per la stessa terra e per la lingua degli antenati.

Il poeta torna al paese delle origini dove è atteso da tutto: E ju lisa? / Tura vrundulluar fletatë, më pijtit: / “Si kle, si kle çë nëng erdha më?” / Të prisjam, këta gura të dishan / këta ferra plot ma mëna… / një dhurat pë tijë. (E voi alberi? / Con stormir di foglie, mi chiedeste: / Perché, perché non sei più tornato?” /Ti attendevamo, queste pietre ti volevano/ questi rovi pieni di more…), pp. 42-43.

Il poeta prende coscienza che si trova nel suo paese, tra le sue radici: Nani jam këtu / e më gjë kujtonj/ … këta gura/ këta gjitonì, nëng i lora kurr: / jam këtu! (Adesso sono qui / e più niente ricordo / … queste pietre / questi vicinati, / non li ho lasciati mai: / sono qui!), pp. 44-45.

Spiritualità e concretezza si trovano insieme in “Gura”. Le pietre, di cui sono fatte le strade e le case, stanno insieme come le parole. La descrizione della poesia si basa sull’elemento pietra per stabilire il legame tra il Poeta ed il mondo, tra i dettagli quotidiani e l’eternità. Ed il poeta effettua il contatto con le pietre nella notte, nel riposo, nella quiete, quando la vita di tutti i giorni è meno presente ed egli può avvicinare meglio l’eterno, camminando, diventandone parte. La prima parte della poesia è la descrizione delle pietre: Ato gura të stërduara / ngjiturë një a një, si fjalët / çë kurr… nëng lëshonjanë. / Gura… ngjiturë ma gura / udha e shpi të horës ima. (Quelle pietre consumate / attaccate ad una ad una, come le parole / che mai… non cessano. / Pietre… attaccate con pietre / strade e case del mio paese), pp. 68-69.

La seconda parte la descrizione del legame delle pietre con il resto del mondo: Varea i fshin / shiu… i lanë / dëbora… i pushtronë. / Nguani nguani, mbë nata / kur pushimin merrë ato gura / ndë qetësin… u i ecinj. / Vetam Ghaçi… ma vazha / mbushan ajri. (Il vento le spazza / la pioggia… le lava / la neve… le copre./ Di tanto in tanto, di notte / quando il riposo prende quelle pietre / nella quiete… io le cammino. / Solo l’allocco…. Coi lamenti / riempie l’aria.), pp. 68-69.

La pietra è elemento che compone, è parte importante di immagini simbolo in due liriche in cui è presente anche la figura della donna. In “Thronushi gurashë” abbiamo la donna che sta “sulla panchina di pietra” (Ulur, këmbëngriqur / mbi thronushi gurashë / thorzë biblliotekja - Seduta, a gambe incrociate / sulla panchina di pietra / accanto alla biblioteca, pp. 80-81) e in “Grua shqiptara” abbiamo la figura del Poeta che ha costruito mura con grandi pietre (Stisa mura ma gura t’mëdha / muriçna t’larta i vora thorzë / i mbogha hitha e ferra / … t’mos hijë njari! - Ho costruito mura con grandi pietre / alte muraglie li misi accanto / seminai ortiche e rovi / …per non farvi entrare nessuno, pp. 74-75).

            3.c. La pietra serve anche per scrivere e per conservare la memoria: ndë buza proit / një djal, gërmon xhisa gurinja / vetam, mëndon gjëra / çë shkruan mbi curva - Nel greto del torrente / un bambino, scava gessi di pietra / solo, immagina cose / che disegna sulle pietre, (“Djali ma mjekra a bardha”, pp. 96-07). L’acqua del torrente ci avvicina all’altro elemento che si ripete nelle liriche del Campera, al mare. Troviamo tutti e due gli elementi nella poesia “Fanari” (Nga kur guratë ima / klenë stisurë / dejti – ma suvalatë- / dukëshi shenjt i mbrapt - Da quando le mie pietre / furono fondate / il mare – con le onde - / già sembrava segno contrario, pp. 84-85). Qui pietra e mare danno l’idea della trasformazione e della continuazione della vita. Pietre che cadono e che costruiscono allo stesso tempo: Një gur ze të shqitat / një a një bianjan përdhe / mbë ana të rrështuara / stisnjanë mura t’reja. / Dejt… ashtu i panjohur – Una pietra inizia a staccarsi / una ad una cadono a terra / in file ordinate / costruiscono nuove mura. / Mare… così misterioso, (pp. 84-85).

Il mare e la donna venuta dal mare sono la salvezza del Poeta che aspettava da cinquecento anni: Ti lul ardhur nga dejti / Afardita lindur nga suvalatë / më the trimsin e më pështova / ndësa kam pesqënd vjetë / … ze gjeghan ima - Tu fiore venuta dal mare / Venere nata dalle onde / tu mi desti il coraggio e mi salvasti / seppur ho cinquecent’anni /… inizia la mia vita (pp. 76-77).

Il mare che forse ha diviso il poeta dalla donna amata (e dalla patria antica) ora viene superato non dalle sue onde, ma dalle onde del vento che trasmettono i pensieri d’amore (“Nga atej detit”). La ripetizione dello stesso verso “Suvalja erës” (l’onda del vento) all’inzio delle tre delle quattro strofe assicura ulteriore unità al testo. L’unità viene rafforzata dalla ripetizione oltre che del primo verso anche del secondo alla seconda ed alla quarta strofa (suvalja erës / si skamandilë mundashët - l’onda del vento / come fazzoletti di seta).   

La situazione descritta nella seconda strofa è diversa dalla situazione descritta nella quarta: i pensieri della donna amata sono arrivati al poeta, forse perché bagnati da una lacrima e da una goccia del mare: Suvalja erës / si skamandilë mundashët / dërguanë shërtimatë jotat / një lot i lagu: / … o kle pika dejtit?- L’onda del vento / come fazzoletti di seta / mi hanno portato i tuoi pensieri / una lacrima li ha bagnati: / … u fu la goccia del mare? (pp. 78-79).

            4. La figura dello scrittore è sempre presente ed è molto centrale nelle liriche di Tommaso Campera. Lo scrittore è saggio (“I urti shkrimtar” - “Il saggio scrittore”, pp. 55) ma anche pazzo quando si rivolge alla musa (Jam u shkrimtari i ghavur / çë të lijti mbi lëpushin / ma ghapsn t’kuq - son’io il pazzo scrittore / che ti ha disegnata sul foglio / con sanguigna matita, “Arpa Vixhanit”- “L’arpa di Viggiano”, pp. 72-73) ed è allo stesso tempo geniale.       

 

Prof. Edmond Çali, dottorato in lingue e letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Ricercatore presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.

 

 

 

 



Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Giugno 2011 21:59
 
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