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Vetam Arbëreshë Campera - Recensioni
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Scritto da Tommaso Campera   
Martedì 10 Agosto 2010 11:45
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Recensioni
... fuqia jetëprurëse e erosit
Il Dialogo - Al Hiwar
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MONTECILFONE: VENTUNESIMA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

La  21^  Giornata Mondiale della Poesia, quest’anno si è tenuta in tre paesi del Molise: a Montecilfone il 30 settembre, il 1 ottobre a S. Croce di Magliano e il 2 ottobre a Guardialfiera. E’ stata scelta, quest’anno,  la Regione Molise in omaggio alle sette comunità alloglotte presenti nella provincia di Campobasso: quattro albanesi (Montecilfone, Portocannone, Ururi e Campomarino) e tre di origine croata (Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice). La manifestazione avviene in parallelo con la manifestazione stabile di Parigi,  è sostenuta dal Presidente della Repubblica Italiana, ed è stata organizzata dall’Associazione Mondiale “Poesia 2 ottobre”, dalla Regione Molise e dal Centro Studi Molise 2000 diretta dal Dr. Vincenzo Di Sabato.

Il tema di quest’anno: “Poesia: pensiero, discorso, stupore. Valori e tradizioni nelle realtà albanofone e croate presenti nel Molise”.

A Montecilfone  la serata inaugurale è stata coordinata dalla Prof.ssa Fernanda Pugliese, alla presenza dell’Assessore regionale Prof.ssa Angela Fusco Perrella, del Sindaco Rag. Franco Pallotta e del parroco Mons. Franco Pezzotta.

L’ineluttabilità del Male

La Dott.ssa Caterina Zuccaro, di Rai Internazionale, ha tenuto la relazione introduttiva dal tema: “Controbattere in poesia il male del mondo con soavità di pace”. La relatrice  ha esordito con versi di Quasimodo che esprimono la tragicità della presenza del male nel mondo e l’estrema fragilità dell’uomo che non riesce a scacciarlo. In questo quadro restano valide le parole di Giobbe che evidenziano la desolazione dell’uomo di fronte al Male e il suo smarrimento di fronte alla domanda sul perché Dio permetta il male, oltre che di fronte alla imperscrutabilità del disegno di Dio, o ancora di fronte al silenzio di Dio nella storia. Il ‘900 è il secolo del male (2 guerre mondiali, il genocidio armeno, lo sterminio degli ucraini, la shoah, Hiroshima, le stragi di Pol Pot, le pulizie etniche, la Jihad) e impone domande a cui l’uomo non dà risposte perché rimane turbato da quel silenzio di Dio su cui si è interrogato anche un papa profetico, qual è Giovanni Paolo II, e su cui è ritornato anche Benedetto XVI nel suo “Deus Charitas est”. Emblematico il pensiero di S. Giacono Apostolo quando, ragionando sulla causa scatenante, trova nell’animo umano l’incrinatura che fa scaturire le passioni, i contrasti e il disordine personale e sociale che non fa vedere più negli altri la propria immagine. E’ Ungaretti che parla della scoperta di sé nell’altro anche in colui che definisce nemico. E’ Foscolo che trova l’alternativa al male nelle illusioni, la prima delle quali è la Poesia. Illusioni come realtà virtuale, capace di dare senso alla vita, cui il Male tende a negare ogni ragione. Mentre il cupo pessimismo del Leopardi sancisce l’irrimediabilità del Male, contro cui non vale ribellarsi per rimanere in uno stato di stoica atarassia. Un accenno in questo senso si ha anche in Montale quando considera l’indifferenza come osservazione distaccata della realtà, che allude alla indifferenza che Dio sembra mostrare nei confronti del male che dilaga nel Creato.

Il Male e la Poesia

L’ineluttabilità lega tutte le posizioni rispetto al Male, mentre forma che assume la risposta è quella della poesia che percorre l’intera storia dell’umanità. La poesia viene dall’anima e per questa “proprietà” è così intimamente connaturata all’uomo da esserne diventata la prima modalità espressiva, dopo il linguaggio del quotidiano. Essa ha raccontato storie, ha indagato animi, ha disegnato percorsi che ci restituiscono l’anelito perenne dell’uomo all’affermazione del Bene.

Dalla trattazione del male, attraverso i versi che ne manifestano tutta la crudezza anche nel linguaggio, Ungaretti trasmette una grande ripugnanza per il male che annida in sé e attorno a sé, e in pari tempo cresce l’anelito alla pacificazione. Nella sua riflessione, ogni poeta ha una funzione quasi sacerdotale: penetrando il male, egli se ne assume il peso per tutti, lo elabora, restituendolo oggettivato alla riflessione del suo lettore, il quale leggendolo attraverso occhi “altri”, può contemplarne la raccapricciante inumanità senza esserne contaminato, anzi purificandosene. In sintesi la poesia è perseguimento di armonia di forme e sentimenti, di espressione e contenuto. Ogni atto di poesia è in sé stesso affermazione di pace, esorcizzazione del Male, che è disarmonia stridente. Una conquista interiore, s’intende, che consente di accettare ed affrontare con animo più sereno la vita. Pur nella consapevolezza che il Bene e il Male, parimenti ineluttabili, non cesseranno di farne burrasca.    

La poesia arbёreshe

E’ seguita la relazione del Prof. Italo Costante Fortino, dell’Orientale di Napoli, il quale ha trattato il tema: “Poesia e letteratura contemporanea degli albanesi e croati in Italia”, in cui ha messo in evidenza le tematiche che legano le composizioni degli autori della stagione letteraria che va dal secondo Dopoguerra ad oggi. In relazione agli autori contemporanei arbёreshё (albanesi d’Italia) ha individuato nel poeta Vorea Ujko (pseudonimo di papàs Domenico Bellizzi) di Frascineto (1918 – 1989) la figura più rappresentativa della letteratura arbёreshe contemporanea, per ampiezza e profondità dell’opera.

Scoperta della propria cultura

Uno dei temi che fa da collante in molti autori è “la scoperta della propria cultura”, come avvenne al poeta risorgimentale, Girolamo De Rada (1814 -1903), che scoprì la cultura che era in lui e nella gente di appartenenza attraverso l’ascolto dei canti rapsodici popolari che risalgono a un’epoca assai antica. Da qui la sua prima opera “Zgjimet e gjakut” (I sussulti del sangue). A questa consapevolezza che va affermandosi gradualmente, si affianca il tema dell’”orgoglio di appartenenza” che rappresenta un tratto culturale che si è andato sedimentando come forza di difesa del proprio essere e che ha fatto da cemento per non disperdere l’identità. Nel quadro di questo sobrio orgoglio identitario si inserisce anche la poesia di Carmelo Candreva (S. Giacomo di Cerzeto, 1931 – 1982) con la raccolta di liriche “Shpirti i Arbёrit rron” (Vive ancora lo spirito dell’Arbёria). Lo spirito dell’albanesità è nient’altro che l’identità culturale dell’arbёresh, con la sua storia che si riflette nel presente con una forza che garantisce ancora la continuità. Da qui la considerazione e la funzione della lingua arbёreshe non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come valore aggiunto identitario. In sintonia con questi concetti, si esprime la poesia di Pino Cacozza (S. Demetrio Corone, 1957) quando, attraverso immagini metaforiche, argomenta le motivazioni che sorreggono l’assunto “Jemi njё kulturё çё nёng mёnd vdes” (Siamo una cultura che non può morire). Il poeta sintetizza storia e immaginario popolare, resistenza e continuità, fatica di esistere e speranza, e ammira quel fiore che sboccia anche sulla pietra. Dietro i versi del Cacozza, il relatore ha ricordato la tesi del linguista Claude Hagège, secondo il quale le lingue nascono e muoiono, ma possono anche rinascere e riconsolidarsi. Necessita la volontà politica e collettiva di quell’immaginario popolare che il poeta percepisce e di cui ne afferma la consistenza.

Lo scoramento

I poeti contemporanei arbёreshё, prima di giungere a una simile consapevolezza, passano attraverso la fase triste dello “scoramento”.  La comunità è pervasa dalla sensazione di scoramento rispetto allo stato della lingua e della cultura in un tessuto sociale dominata da trasformazioni che causano lo spopolamento dei centri abitati arbёreshё. La desertificazione fisica e culturale porta il poeta a comunicare artisticamente i segni di un depauperamento generale che incute sconforto. Le liriche di Tommaso Campera (Maschito, 1949) attraversano questo stato di scoramento quando il poeta interpreta la morte della lingua e della cultura con l’immagine della madre che vede allontanarsi il figlio emigrante dimentico di ciò che ha lasciato. Nella lirica “Hora ima vёdes” (Il mio paese muore) il poeta fissa con rammarico il dramma della scomparsa di una cultura, la frattura fra tradizione e stato presente, fra madre e figlio, tra passato e futuro. Il tutto avvolto in una maledizione.

La speranza

Ma il poeta Campera non è convinto che stia per chiudersi l’ultima porta della cultura arbёreshe. Egli è combattivo perché ha ricevuto il testimone e sente di affidarlo a chi dovrà portarlo avanti. Benché emigrato in Piemonte, si rende conto che, se riesce ad esprimere l’esperienza poetica nella lingua del suo paese, non tutto è finito. Nei suoi ritorni in paese sente risuonare tra le vie di Maschito i suoni dell’arbёresh, constata che la generazione giunta fino a lui è ancora depositaria di un patrimonio culturale ricco e prezioso. Forse gli risuonano le parole di Claude Hagège, quando trattano della morte e rinascita delle lingue. Conclude con la lirica “Gluhan a mёmёs” (La lingua madre) in cui l’immagine dell’ultima parola che apprende dalla madre che muore simboleggia la trasmissione della lingua e della cultura arbёreshe, quale eredità preziosa intesa come diritto delle nuove generazioni e patrimonio che non va disperso con la scomparsa della generazione precedente.

Altri temi che pervadono la poesia contemporanea arbёreshe sono il senso di “umanità”, l’amore per la natura, la sensibilità per la bellezza. La “solidarietà verso gli altri” trova nelle liriche di Vorea Ujko un momento particolare nella grande carica umana, nel senso di solidarietà tra gli uomini, nel valore eterno della fratellanza: “Pёr ty unё do ta ruanj / pikёn e fundit / tё buçelёs sime” (Per te io serberò / l’ultima goccia / della mia borraccia).

Queste considerazioni non sono altro che una estrema sintesi dei tanti aspetti che incontriamo nelle opere di questi come di tanti altri autori. Voglio, pertanto, ricordare che molto  ampio è il ventaglio degli scrittori contemporanei arbёreshё che continuano a produrre opere in poesia e in prosa. A mo’ solo di esempio cito alcuni nomi consapevole di non essere esaustivo ma solo intento a rappresentare le regioni che hanno espresso voci poetiche arbёrshe. Per la Calabria sia sufficiente ricordare, accanto ai poeti sopra menzionati, Dushko Vetmo di Frascineto, Vincenzo Baffa Golletti di Civita, Pietro Napolitano di Firmo, Mario Bellizzi di S. Basile, Kate Zuccaro e Vincenzo Bruno di Civita, Giuseppe Del Gaudio di S. Nicola Dell’Alto,  Buzёdhelpri di Eianina ecc. Per la Sicilia vanno ricordati Giuseppe Schirò Di Maggio e Di Modica, Pasquale Renda e Giuseppina Schirò, tutti di Piana Degli Albanesi ecc. Per la Basilicata ricordiamo Enza Scutari di S. Costantino Albanese e Tommaso Campera di Maschito. Per il Molise i nomi di poeti più noti Luis De Rosa e Matteo Di Lena, mentre per la Puglia Carmine De Padova. A questi segue una numero crescente di nuove voci che rappresentano la speranza della continuità.

La poesia croata

Le isole alloglotte che costellano l’Italia sono considerate, finalmente, una vera ricchezza del tessuto nazionale.

Gli klàvun, ossia i croati del Molise, che fanno venire in mente la comunità calabrese “Schavunea”, nei pressi di Corigliano Calabro, risalgono alle emigrazioni del XV e XVI secolo. L’espressione con cui i croati del Molise denominano la propria lingua “na našu gòvorit” (parlare a modo nostro) richiama l’uso analogo consolidato nel paese albanese della Calabria, S. Basile, dove per dire “parliamo albanese” è prevalsa la forma  “fjasim a la si na” (parliamo a modo nostro).

Un punto di contatto tra la poesia arbёreshe e quella croata si può individuare nella sensazione di scoramento, nel constatare che la cultura tradizionale e con essa la lingua si avviano alla scomparsa. Nicola Gliosca, poeta contemporaneo di Acquaviva Collecroce (Kruč), presenta una ricca produzione. Da ricordare le raccolte di liriche: “Poesie di un vecchio quaderno” (2004), “Poesie in libertà” (2004), “Ancora poesie” (2008), scritte in “na našu” (la parlata di Acquaviva) con traduzione italiana a fronte. Egli consapevole della ricchezza della cultura del suo paese, avverte che un mondo culturale composito è destinato a scomparire. Dal suo animo sgorga un lamento profondo, il lamento dell’intellettuale che ama ancora la serenità di un mondo e di una cultura che per lui è ancora vita: “Mi greda za sa krivit / kada sa vračam u Burgu / a ne nahodam več moje čeljade” (Mi vien da piangere / quando torno al Borgo / e non trovo più la mia gente).   

Come la poesia di Tommaso Campera, anche questa di Gliosca, tuttavia, non è priva di speranza. I corsi e ricorsi storici interessano anche le culture che stanno per spegnersi e fanno sì che la speranza della continuità alimenti la mente e il cuore a gente che si ostina a ricorrere alla fonte. Infatti nella “Funda stara” (La fontana vecchia), il poeta rivolgendosi alla fontana “vecchia” e in “disparte”, che con generosità continua ad elargire il prezioso alimento, scrive:“mučana dajaš vodu / komu ka još ti ju prosi” (in silenzio dai l’acqua / a qualcuno che ancora te la chiede). Ampio è il ventaglio della poesia di Gliosca: spazia dalla natura, col suo ambiente accogliente che ospita l’uomo con le luci del cielo, al tappeto del verde prato e i colori dell’arcobalemo, in cui si avverte la mano del Fattore che “come il vento, non si vede, ma c’è”. Nel creato, poi, armonioso e rasserenante, sboccia il mistero dell’amore, inteso come espansione verso la natura, verso Dio, e verso la creatura più bella del creato, la donna.

Il relatore Fortino, sottolineando la forza della poesia dei succitati autori, ha concluso con una considerazione ottimistica sostenendo che fin quando esistono scrittori, poeti, narratori, cantori che interpretano il proprio mondo culturale e lo sanno esprimere nella loro lingua materna, quella loro cultura e l’habitat del borgo non sono ancora morti, anzi dimostrano di possedere sufficiente vitalità ed energia per riproporsi e rigenerarsi, anche se non proprio nelle stesse forme del passato. 

(Fonte: Arbitalia, scritto dalla Prof.ssa Kate Zuccaro giornalista arbëreshe)

 

  TOMAZO KAMPERA: FUQIA JETËPRURËSE E EROSIT

Zakonisht, kur flasim për lëtërsi arbëreshe të vjetër a të re ajo që na vjen ndër mend është Arbëria Klasike e Varibobave e Ketave, De Radave e Darave, Santorëve e Skironjëve, ku shkrimet arbëreshe lulëzuan e pak a shumë lulëzojnë edhe sot. Por, ka, në Itali, edhe një Arbëri tjetër, a më mirë, një pjesë tjetër të Arbërisë së njëjtë që nuk përmendet në historitë e letërsisë, ngase ka mbetur si e heshtur, në kuptimin se deri në ditët tona s’na ka lënë ndonjë trashgimi letrare të njohur. Ndryshe nga pjesa kalabreze e siciliane, ku Kolegji Korsini-Sant’Adriano e, përkatësisht, Seminari greko-shqiptar qenë vatra të fuqishme të kulturës arbëreshe, kjo pjesë Arbërie e shpërndarë në Pulje, Bazilikatë, Moliz, Kampani, e deri në Abruce nuk pati në historinë e vetë ndonjë institucion kulturor që të zhvillonte atë rol, kështu që në ato vise nuk kujtohet të ketë pasur ndonjë përpjekje të rëndësishme në fushën e lerërsisë arbëreshe të shkruar. Mirëpo, kjo s’do të thotë se kultura arbëreshe atje vdiq. Në fakt, edhe në Kalabri e Sicili kultura e lëtersia arbëreshe  të shkruara ishin dukuri elitare, pra mbijetesa e arbëreshëve si të tillë deri më sot është meritë që vetëm shumë pjesërisht mund të u ngjitet atyre, kurse për pjesën më të madhe meritën e ka trashgimi gojor i kulturës popullore. Prova e provuar e këtij pohimi, që ndokujt mund t’i duket i sipërfaqshëm, është fakti se kriza e rëndë e kulturës arbëreshe filloi me shkollimin masiv të fëmijëve e të rinjëve, që shënoi prerjen e tashgimit gojor e pra zëvendësimin e kulturës arbëreshe me atë italiane të shkruar të mësuar në shkollë (për më shumë, kthehuni te numrat e ars-it të muajve prill e maj 2004).  Rrjedhimisht, pavarësisht nga trashgimia e shkruar, që edhe sot e kësaj dite e trashgon një elitë (pak më e gjerë se në të kaluarën por prapë elitë), Arbërinë mund ta quash të gjallë a të vdekur varësisht nga sa mbijeton nga gjuha e kultura gojore e sa vullnet kanë arbëreshët për ta rimëkëmbur kulturën e gjuhën amtare të vetë. Nga ky hulumtimi im i kujdesshëm rreth krijuesve arbëreshë të ditëve tona  të gjalla dalin të jenë pa asnjë dyshim edhe pjesët jo kalabreze e jo siciliane të Arbërisë, ku vitet e fundit erdhi duke u krijuar një lëvizje e fuqishme për ruajtjen e rimarrjen e gjuhës e të traditës, e cila shprehet me anë të revistave si Kamastra, që botohet në Portkanun (it. Portocannone, në provincën e Kampobassos; drejtoreshë Fernanda Puljeze) e Basilicata Comunità Arbëreshe, që botohet në Barill (it.  Barile, në provincën e Potencas; drejtor Donato Maceo) si dhe me fillimin e një krijimtarie letrare që ende po i kërkon format e hapësirat veta, por pa dyshim dëshmon një vullnet të patundur për t’i qëndruar asimilimit. 

Pikërisht nga kjo Arbëri që po përjeton Rilindjen e saj të parë vjen autori i vjershave të mëposhtme, me një veçanti më tepër: ai është përfaqëseus i diasporës së diasporës arbëreshë. Në fakt, Tomazo Kampera, i lindur para 55 vjetësh në Mashqit (it. Maschito, në provincën e Potencës), pinjoll i një familjeje arbëreshe të lashtë e fisnike, jeton që nga viti 1964 në  Italinë veriore, saktësisht në Chieri, në provincën e Torinos, ku është titullar i një ndërmarrjeje të sektorit të ndërtimtarisë e merret edhe me pikturë. Si piktor mori pjesë në shumë ekspozita. Por, më e rëndësishmja për ne – dhe besoj se emri i vendbanimit të tij diçka tashmë ka zgjuar në mendjen e lexuesit të kujdesshëm të ketyre faqeve – ai është zëvendëskryetar dhe sekretar i asaj shoqate “Vatrarbereshe” që në Kieri organizon, ndër të tjera,  konkursin letrar “Princ Gjergj Kastriot  Skëndërbeu”, nga kaluan shumë ndër autorët  e paraqitur në “Premisa”-t. Kohët e fundit, po shoqata “Vatrarbëreshe” përveç antologjisë së fituesve të konkursit letrar tashmë 4vjeçar, botoi si “Fletore” të veten nr.1 një përbledhje dymbëdhjetëvjershash dygjuhëshe (arbërishte/lëtishte) të Tomazo Kamperas, me titull “Poesie Insolite” (Vjersha të Pazakonta) që na e zbulon veprimtarin e palodhur të kulturës arbëreshe edhe si poet.

Ndonëse e vogël, përmbledhja ka rëndësinë e vetë në panoramën e letërsisë arbëreshe bashkëkohëse jo vetëm përse autori është prej asaj pjese të Arbërisë që vetëm tani po fillon të shfaqet në skenën kulturore me tipare të vetat, por – e sidomos - sepse shumicën e “Vjershave të pazakonta” të Kamperas mund t’i quajmë vjershat e para hapur erotike të letërsisë arbëreshe. Në fakt vjersha të tilla, që nganjëherë rrezikojnë të shkasin përtej atij kufiri të hollë që ndan erosin nga pornografia, s’u lexuan kurrë në letërsinë e shkruar të këndej Adriatikut. Vërtetë, një rrymë disi erotike lerërsia arbëreshe e njeh që herët. Pa dashur të bëj krahasime që mund të tingëllojnë si blasfeme, një shembull i tillë i shkëlqyer  janë vargjet 12-20 të Këngës së katërtë të botimit të parë të Milosaos (1837) të Jeronim De Radës, ku, duke përshkruar me zotësi poetike të rallë takimin e parë midis Rinës e Milosaos, Poeti i madh shkruante “Va: Di moll të ardhura / qëntro, u tij t’i ruata./ me një dor ngrëjturith / mbanej mbi veshin e bardh / lesht e saj të shpleksurith. / Kalli jetërën te gjiri / E më holq mollëzit, / më ja vu ndë doriet / ndë çerët e dhezurëz”.  Aluzione poetike erotike, më tepër se erotizëm i hapur. E megjithatë në botimet e mëvonshme të poemës, De Rada ndjeu nevojën t’i “pastronte” ato vargje “të fëlliqura”, duke ndërruar gjirin e Rinës me sënduqin si vend nga vajza i hoqi mollët për t’ia dhënë të dashurit.  Duke ardhur në ditët tona, ndër poetët bashkëkohës, një frymë erotizmi të ngjeshur e gjejmë të shfaqet jo rallë, prapë me aluzione, në vjershat dashurie të Vorea Ujkos, si dhe –  le t’i lëmë në paqe Perënditë e papërmendshme te lëtërsisë – në disa vjersha të më njërëzorit Xhovani Trojano të botuara edhe në “ars”.  Mirëpo, aluzione të tilla e më të qarta i sugjeron me boll letërsia popullore e pikërisht nga humusi erotik popullor, të cilin tregon se e njeh mjaft mirë, më duket se u frymëzua Tomazo Kampera për vjershat e tij “afrodiziake” -  siç i quan ai vetë në parathënie - ku aluzioni  shpesh herë ia lë vendin fjalës së hapur. Personalitet i vrullshëm e krejt origjinal, Yni tregohet i vetëdishëm për guximshmërinë e rrezikshmërinë e përpjekjes së vetë, pra me anë të autorit të parathënies sikur kujdeset ta paralamërojë lexuesin se ka plane të ndryshme leximi e ta ftojë të shkojë përtej domethënies së menjëhershme të fjalëve për të kërkuar domethënien e tyre më të thellë, sepse mburrja e dashurisë fizike nënkupton doemos mburrjen e dashurisë shpirtërore që lidh dy veta e pa të cilën e para është thjesht ushtrim atletik e jo, si duhet të jetë, shkrirje trupash e shpirtrash. Se kjo është pikapamja e poetit e provon, prania, në të njëjtën përmbledhje, jo dhe aq e dy vjershave me teme etnike - që s’kanë lidhje me boshtin e saj kryesor por në librin e parë të një shkrimtari arbëresh gjithkush i pret - sa e një teksti krejt jashtë kontekti që ka tiparet e një lutjeje të mirëfillë ku autori paraqitet “pilikaç” lakuriq përpara Perëndisë me një përulësi që nuk është qëndrim i rastit por ndjenjë e sinqertë e një shpirti të kulluar. Në anën tjetër, si për ta parandaluar bujën që përmbledhja mund të ndezë në mjedise kulturore ku sundon ende një puritanizëm thelbësor e pjesërisht hipokrit, duke veshur rrobat e veprimtarit kulturor mbrojtës të pamposhtur të një gjuhe që po humbet, autori e merr përsipër plot përgjegjësinë e provokimit  të vetë të rëndë me të arsyetuar se synon të provojë se me gjuhën arbëreshe (arbëreshe, shikoni, çka do të thotë me çdo të folme arbëreshe të Italisë, sado e cunguar që të duket), po deshe, mund të shkruash për gjithçka. Të them të vërtetën, mua nuk më duket se Tomazo Kampera ka nevojë për ndonjë justifikim a përligjësim: secili krijues e zgjedh lëndën e vetë sipas ndjesisë  e frymëzimit të vetë e kur në përgjithësi arrin të rrahë një temë kaq të brishtë pa shkarë në fëlliqësi të rënda tregon edhe njëfarë mase mjeshtërie. Gjithsesi, po e patëm besë se qëllimi i tij është ai që shpall e jo, siç më duket, thjesht celebrimi i erosit si fuqi natyrore jetëprurëse, mund të themi se e arriti. Pa i heshtur të metat e pagdhenduritë e çdo sprove poetike të parë – për të cilat autori tregohet plotësisht i vetëdijshëm kur shkruan në parathënie se e propozon punën e vetë “pa ndonjë pretendim letrar” - tekstet në arbërishte kanë një harmoni estetike e një koherencë gjuhësore të  të veten, lirizmi shfaqet me nuanca përfshirëse e do të thosha delikate edhe në vjershat më të rrezikshme…. Presim sprova të tjera.

Nga ana ime, duke ju  propozuar “Vjershat e Pazakonta” a afrodiziake të mëposhtme, edhe unë marr përsipër plotë përgjegjësitë e mia, por, që të mos ketë keqkuptime a skandale, duhet të bëjë një saktësim: mbani parasysh se gjuha e Kamperas është e folmja arbëreshe e Masqitit, ku për sa i përket leksikut, ca fjalë të trasha që do të gjeni  s’e kanë atë ngarkesë fëlliqësie që kanë në shqipen e përtej Adriatikut a dialektetet e saj ose edhe në disa të folme arbëreshe të tjera.  Pra, në kontekstin e dhënë, janë fjalë të trasha, por jo tabu e si të tilla duhet t’i merrni.

Gjithashtu nga pikëpamja gjuhësore, përveç veçorive fonetike e morfologjike të katundit, lexuesi qoftë edhe jo shumë i kujdesshëm do të vërë re dobësimin e disa dallimeve rrasore e veçanerisht të dallimit emërore – kallëzore, dukuri që vitet e fundit po shfaqet në shumë të folme arbëreshe si ndikim i italishtes pa rrasa. Sa për drejtshkrimin, autori, autodidakt për shkrimin a arbërishtes, përpiqet t’i përmbahet sa më shumë fonetikës (shqiptimit) të gjuhës amtare, por mungesa e një pikëreferimi të qëndrueshëm e bën shkrimin e tij të luhatet në kërkim të një ekuilibri grafik ende të pagjetur. Me autorët arbëreshë duhet durim.

(Fonte: arbitalia.it)

Prof.ssa Kate Zuccaro Giornalista Ricercatrice della Cultura Arbëreshe ...


 Il Dialogo - Al Hiwar   

Rivista Bimestrale del Centro Federico Peirone

20 - Il dialogo n. 6/2007

Internazionale

Italo-Albanesi minoranza cristiana

Origine degli Arbëreshë, fuggiti dal paese d’origine prima dell’avvento dell’Islam

Articolo scritto da Tommaso Campera

 Come tutti i popoli europei, gli Arbëreshë (altrimenti detti Italo-Albanesi: decine di migliaia di uomini e donne radicati in Italia da secoli) sono “figli” della grande famiglia degli indo-europei. Insieme agli Albanesi d’Albania, ai Kosovari e agli Arbërorë di Grecia, sono diretti discendenti degli Illiri, e non mancano i ricercatori che ne ipotizzano l’origine pelasgica.Da 600 anni uomini e donne appartenenti alla comunità degli Arbëreshë svolgono ruoli di primo piano nella vita pubblica italiana, con figure come il celebre costituzionalista Costantino Mortati, gli statisti Francesco Crispi e Antonio Gramsci, il papa della famiglia Albani Clemente XI, l’economista Enrico Cuccia... Nonostante il rilievo di queste personalità la maggior parte degli “Italiani” continua a ignorare l’esistenza della minoranza italo-albanese.

Perché giunsero in Italia

Gli Italiani-Arbëreshë abitavano originariamente al di là del mare Adriatico, in una regione definita di volta in volta Illiria, Arbëria, Albania. Ciò che rimane di quel territorio oggi viene chiamato “Albania”, ma l’emigrazione degli Arbëreshë verso la penisola italiana si ebbe quando le mappe geografiche usavano ancora il termine Arbëria, comprendendo anche una parte dell’attuale Grecia, Macedonia, Kosovo e Montenegro. La diaspora verso l’Italia fu provocata nel XV secolo dall’invasione turco-ottomana in Albania. Il mondo cristiano guardava con ammirazione l’eroica difesa del popolo albanese, guidato da Giorgio Castriota detto Skanderbeg, ma lo lasciò da solo a combattere una guerra che minacciava l’intera Europa cristiana (“Se non fosse vissuto Skanderbeg – commentò il sultano Maometto II – io avrei sposato il Bosforo con Venezia, avrei posto il turbante sul capo del Papa ed avrei posto la mezzaluna sulla cupola della Chiesa di S. Pietro a Roma”). Quattro sono le date nelle quali si ebbero i maggiori spostamenti di Arbëreshë in Italia. La prima tra il 1440 ed il 1448 quando Alfonso V d’Aragona, impegnato nel consolidamento del suo potere, fu costretto a chiedere l’aiuto di Giorgio Castriota Skanderberg per respingere gli attacchi degli Angioini e per reprimere le ribellioni di alcuni baroni calabresi alleati dei suoi nemici. Il secondo passaggio si ebbe tra il 1460 e il 1461, periodo in cui – morto nel 1458 Alfonso d’Aragona – il figlio illegittimo Ferdinando d’Aragona chiese aiuto allo Skanderberg, che passò in Italia a capo di un contingente di circa 3000 uomini. L’esodo più massiccio di Albanesi in Italia, si ebbe dopo la morte del principe Giorgio Castriota Skanderbeg che avvenne nel 1468 a Lezha (l’antica Alessio). In questo frangente, dopo 25 anni di lotte, tutta l’Albania stava cadendo in mano ai turchi e interi paesi furono abbandonati. Estese popolazioni sfollarono in Italia nei feudi che gli Aragonesi - grati per l’aiuto ricevuto – avevano donato allo Skanderberg: si trattava dei feudi di Trani, San Giovanni Rotondo e Galatina in Puglia, Ferrandina in Basilicata. Il quarto, ma non meno importante spostamento di genti albanesi in Italia, si ebbe con la caduta delle città del Peloponneso in mano alla Sublime Porta. Dal 1517 al 1534 molte furono le famiglie albanesi che a bordo delle navi di Carlo V raggiunsero l’Italia dopo essersi imbarcati nei porti di Korone e Modone, in procinto di essere espugnate dall’esercito turco. Di ciò, reca notizia lo storico siciliano Tommaso Fazzello che nel 1566 scriveva: “Nell’anno di nostra salute 1453, il 29 di maggio, Maometto re dei turchi, secondo di questo nome, prese Costantinopoli e poi la città di Durazzo e il Peloponneso, e allora passarono in Italia e in Sicilia molte colonie di “greci”. Questi fondarono molti villaggi, che ancora oggi si chiamano Casali dei Greci. Ai miei tempi, quando l’imperatore Carlo V espugnò la città di Korone e poco tempo dopo la lasciò ai turchi, tutti i “Greci” che la abitavano trasferirono le loro dimore in Italia ed in Sicilia”.

Prima nel sud Italia

La diaspora del XV secolo portò gli Arbëreshë nel centro e sud Italia, poi anche in provincia di Piacenza.

La religione degli arbëreshë

Da san Girolamo sappiamo che all’inizio del V secolo in Dalmazia si parlava ancora la lingua degli illiri. Da San Paolo (Lettera ai Romani) sappiamo che “come in Gerusalemme, anche nell’Illirico ho iniziato il vangelo di Cristo”. Gli Arbëreshë/Albanesi sono sempre stati cristiani. L’islamizzazione della loro terra d’origine è iniziata tardi, dopo le stagioni dell’emigrazione, e fu provocata dall’occupazione ottomana. Oggi va rilevato che gli Albanesi di religione islamica offrono buoni esempi di convivenza con le altre fedi religiose, essendo estranei alle forme di fanatismo. Nelle famiglie albanesi è frequente che i componenti seguano fedi religiose diverse, senza con per questo sfaldare la famiglia.

La poesia

Oggi nei territori che furono colonie albanesi in Italia può ancora capitare di apprezzare interessanti espressioni di poesia popolare nella lingua del paese d’origine. Un’ampia raccolta di composizioni popolari in lingua albanese è stata data dallo Schirò, da Dara, dal Ferrari, Solano, Selvaggi, dal Variboba e soprattutto dal De Rada. È sempre stata vivo il filone poetico patriottico. Troviamo poeti come il De Rada, lo Schirò, il Santoro, il Camarda, il Serembe, il Dara, il Brancato, l’Argondizza e tanti altri: sono interessanti sia dal punto di vista letterario che storico, perché permettono di individuare le tappe dello sviluppo culturale delle colonie, considerando le composizioni che echeggiano ancora il ricordo delle lotte contro i turchi o quelle molto commoventi che cantano un fiducioso abbandono in Dio, con l’espressione di una vasta gamma di sentimenti e di concetti religiosi (per esempio “Gjella e S. Merijs Virgjer” - La vita della Vergine Maria del poeta Variboba).

Tommaso Campera

(Fonte: Il dialogo n. 6/2007 Bimestrale di cultura, esperienza e dibattito

del Centro Federico Peirone - Arcidiocesi di Torino)


 (Fonte: Fjala e Lire - intervistoi Mujo Buçpapaj)

SHKRIMTARJA NGA VLORA, VILHELME VRANARI (HAXHIRAJ), AUTORE VLERASH LETRARE, E CILA PRANON SFIDEN

    Në datën 18 prill 2009, në Torino u zhvillua konkursi nacional i poezisë me emrin e heroit tonë kombëtar “PRINCI GJERGJ KASTRIOTI SKËNDERBEU”. Në këtë konkurs morën pjesë mjaft konkurent, të cilët paraqitën pranë jurisë krijimet e tyre poetike qysh para 6 muajsh. Për herë të parë morën pjesë edhe krijues shqiptarë me banim në Shqipëri.  Pas përzgejdhjes së Jurisë, fituese e konkusit ishte dhe shkrimtarja Vilheme Vranari (Haxhiraj), tashmë e njohur si brenda dhe jashtë vendit. Ishte nder dhe kënaqësi, jo vetëm për autoren, por edhe për ne krijuesit, edhe për çdo shqiptar. Kjo për tri arsye:

   1-Çmimi quhet nacional dhe mban emrin e heroit tonë kombëtar “Gjergj Kastrioti Skënderbeu”.

   2-Vjen për herë të parë ky çmim nga Italia fqinje, si aspekt i këmbimit mes kulturave tona.

   3-Me këtë çmim të nderuar vlerësohet një autore shqiptare, një grua, e cila e ka nisur vonë krijimtarinë letrare.

 Ishin këto arsye që i kërkova këtë intervistë fitueses së çmimit, Vilhelme Vranari (Haxhiraj). Pikërisht për këtë çmim, në datën 13 maj isha i ftuar në studion e TVSH, në emisionin “Zik-Zak”, si njohës i krijimtarisë letrare të shkrimtares Haxhiraj. Takimi në studio, më krijoi mundësinë e një  interviste me autoren.

 * Zonja Haxhiraj  para pak ditësh ju u nderuat me çmimin "Gjergj Kastrioti Skenderbeu " akorduar nga shoqata "Vatra Arbereshe" dhe Ministria e Kulturës e Italisë. Si e vlerësoni këtë rast, duke qënë poetja e parë shqiptare që sillni në Shqiëri këtë titull ?

  -Së pari ju falenderoj, për intervistën dhe vlerësimin tuaj në studio si shkrimtare,  megjithatë unë e quaj veten një “Krijuese e Vonuar”. Së bashku jemi takuar në rrethana të tjera, shumë herët qysh në fillimin e ndryshimeve të mëdha politike në vendin tonë. Kurse tani pas kaq vitesh na ritakoi letërsia. Personalisht ju çmoj si publicist, kritik, analist i mirfilltë dhe si autor autentik i poezisë moderne, gjë për të cilën ju përgëzoj.

   Në Itali janë vlerësuar me çmime edhe më parë autorë të tjerë shqiptarë, si Fatos Lubonja, Visar Zhiti etje. Por  ÇMIMI “PRINCIPE GIORGIO CASTRIOTA SKANDERBEG”, është e para herë që vjen në Shqipëri.

E vlerësoj si një rast unikal deri tani. Fati më buzëqeshi mua që e solla këtë emblemë të ndritur. Kjo tregon se edhe shqiptarët e izoluar, të vuajtur dhe të mohuar,  i pranojnë sfidat.

 *Ishte rastësi, fat apo gjurmimi juaj për të marrë pjesë në këtë përballje apo ballafaqim të vlerave letrare

 -Çdo krijues ka dëshirë të provojë aftësitë dhe arritjet e tij letrare. Unë do të thosha se veç kritikës letrare, analistëve, lexuesve, krijuesi ka nevojë edhe për një vlerësim të personaliteteve të specializuar në këtë fushë, jashtë kufijëve ndikues të njërit apo tjetrit, ose rrymave politike. Por dëshirat janë subjektive, atëherë i ngelet rastësisë. Për mua ishte fat takimi me anëtarët e shoqatës kulturore” Vatra Arbëreshe”, të cilët më ftuan në Torino qysh në vjeshtën e vitit 2008. Mësova se në Piemonte jetonin 10 000 familje arbëreshe. Më kënaqi fakti që ata ruanin ende gjallë gjuhën e lashtë shqipe, traditat, kostumet, pak nga kuzhina shqiptare dhe mbiemrat (Matranga, Durrësi, Scutari, Kuçi, Vrana, Kastrioti,Toçi, Kamberi ( transformuar në Campera)etje. Por ajo që të binte në sy ishin simbolet tona kombëtare që për ta ishin të shenjta. Pikërisht për vazhdimësinë e kulturës së tyre po merrem me një temë studimore.

 *Kujt i lindi ideja për të marrë pjesë në konkurs?

 -Tommaso Campera, anëtar i këshillit drejtues i shoqatës, poet, përgjegjës i kulturës arbëreshe, i lumtur dhe i bafasuar për librat e mi që iu dhurova, me krenari u shpreh: “Këtë vit ne celebrojmë edicionin e 8-të të konkursit letrar në poezi “Gjergj Kastrioti Skënderbeu”. Nuk po u besoja veshëve dhe pyeta përsëri. “Mos u çudit, zonjë. Skënderbeu nuk është vetëm i shqiptarëve, por ka përmasa kontinentale sepse ndaloi islamizimin e Evropës së krishtere dhe çmohet si në Itali edhe kudo në Evropë. Ndaj çmimi i poezisë quhet nacional, sepse e ka miratuar Ministria e Kulturës Italiane. Befas më propozuan të merrja pjesë në konkurim. Mora udhëzimet e duhura, u ktheva në Shqipëri dhe aplikova.

Rruga e transformimeve të mëdha politiko-sociale në Evropën Lindore që çeli rënia e Murit të Berlinit, bëri të mundur njohjen mes emigrantëve të rinj, me trashëgimtarët e brezave që kishin mërguar nga Shqipëria shekuj më parë. Kjo ngjalli tek ata dëshirën për të njohur historinë, kulturën dhe traditën e stërgjyshërve të tyre. Kërkesat e tyre, për lëvrimin e gjuhës shqipe, njohjen e historisë dhe marrëdhëniet kulturore me Shqipërinë, bën të mundur që Qeveria e Romës në vitin 2003, t’i njohë ata si pakica kombëtare me të drejta të plota. Prej vitit 2001 “Vatra Arbëreshe” organizon konkursin e poezisë shqipe” Skënderbeg”, ku këtë vit mora pjesë edhe unë.

  * Ç'do të thotë për Vilhelmen çmimi nacional në Torino, e në veçanti ardhja e emblemës së heroit tonë kombëtar nga vendi fqinj?

 -U nisa për në Itali, me dëshirën e mirë për të marrë pjesë në një aktivitet letrar. Për të shuar kureshtjen dhe për të mësuar diçka më shumë nga organizimi i konkurseve apo festave të tilla. Sa zbrita në Itali, më njoftuan se isha fituese e konkursit letrar, që do të shpallej në datën 18 prill. Fillimisht m’u duk trill. Por emocionet që provova për 7 orë në atë festë, janë të pashlyeshme. Një organizim i shkëlqyer i Shoq.“Vatra Arbëreshe” ku do të veçoja  Presidentin z, Vincenzo Cucci , Zv.presidentin Masimo Rafti si dhe z. Tommaso Campera. Nuk mund të harroj kujdesin dhe praninë e gjithë autoriteteve të pushtetit lokal të Piemontes, Torinos dhe Chierit, duke filluar nga Sindaco, zv/Presidenti Regional i Piemontes, deputetë, personalitetet të kulturës, zyrës së emigracionit, si dhe autoritet tona diplomatike. Ishte prekëse kur në gojën e atyre njerëzve të mrekullueshëm, tingëllonte bukur historia e Skënderbeut. U ndieva krenare për vitalitetin e gruas shqiptare përmes portretit të Donika Kastriotit, që doli në dramën e Prof. Italo Costante Fortino, (ndërkohë Kryetar i Jurisë) që u luajt nga trupa teatrore “Mediteranio”. Kur deputeti i Piemontes më dorëzoi çmimin me emblemën e Heroit tonë kombëtar, m’u duk sikur më dha Kurorën e Skënderbeut që t’ua sillja dhuratë shqipëtarëve. Pavarësisht nga emri, ky çmim nuk më takon vetëm mua, por Kaninës dhe Vlorës sime, letërsisë sonë dhe gjithë Shqipërisë. U ndieva krenare dhe më shumë shqiptare.  

 Falenderoj Jurinë e nderuar të shtetit fqinjë që më vlerësoi, sepse juria e Ministrisë së Kulturës në Tiranë, sa lexon emrin e autorit, nuk i hap fare librat që paraqiten për konkurs.    

 Vazhdon …

 Suksese dhe ju faleminderit, z. Mujo! Nga gazeta Nacional- qershor 2009


 (Fonte: FORUMI VIRTUAL) 

I URTI SHKRIMTAR
 
Bojku: i urti shkrimtarë,
ma suluni -kallami i holl-
grian dheratë, t’thata, t’egra,
si mbi lëpush shtruar ta djelli
shkruan një storia a vjetëra:
“Avilaqa potisurë nga djersatë
plëhë... mbrujturë nga lodhja
-si ndë një magja drurish-
mbi kurmi përulurë bojkut”.
Këndon cënxëran, dimërit i panjohur.


Testo di Tommaso Campera arbëresh di Chieri (TO)

 

  HORA IMA VËDES
 
- Hora ima vëdes,
si një mëmë çë, a haruar
nga t’bilat, llargu mërguarë.   

- Hora ima vëdes,
si një mëmë çë -vetam e pa lotë-
klà t’bilatë t’mërguarë nga mot.

- Hora ima vëdes,
si kjò mëma –a fort- mëndon:
Im bir, gluhan a kujton?

Vëdes kjò a bukura horë,
e plaka -turp i madhë- klan
i biri çë gluha jona na shan.

- Vëdes, dëbirat kjò horë,
si i biri çë –a madhë andirì-
më jëman nëng vè më kufì.

- Vëdes, a bukura, a vjetra horë,
e si një mëmë, shehë e thot :
“I bëra u ? Nëng më ndhot”.

- Hora ima... vëdes,
vëdes mëman çë pjeli bila t’huaja,
çë thon: “Kjò gluhë... ngà! Shuaja!”

- Vëdes... U hujtin, bila ma meri!
Thorzë shtratit, murmurima pa diliguarë
jò më bëkuarë: “ Po nga jëma t’mallkuarë!”

 Il testo in originale, è scritto in albanese arcaico nella forma parlata in Maschito (PZ).
            Questa poesia, vuole essere una metafora, la metafora di uno dei nostri paesi che, simile ad una madre, sente i suoi abitanti simili a figli nati tra le sue pietre. Quindi, nell’emigrazione dei suoi abitanti, questo paese/madre si sente abbandonare e.. nel ritorno di questi suoi abitanti/figli che non parlano più la sua lingua, non li riconosce più, dunque, li maledice!


 DUE VOLUMI DAL 1° FESTIVAL LINGUE DI MINORANZA E CULTURE MIGRANTI

DONATO M. MAZZEO

POTENZA- Durante la “tre” giorni di kermesse scientifico-culturale , conclusasi ieri in Val Sarmento, intitolata “1° Festival Lingue di minoranza e delle culture migranti” , sono stati presentati, fra l’altro, due splendidi volumi a tema etnico.

In particolare a Potenza , dopo l’inaugurazione da parte dell’assessore alla Cultura e Formazione della Regione Basilicata, Antonio Autilio, nell’atrio del Teatro “Stabile” , della mostra fotografica “Tre vallate tre culture” del fotografo toscano Santino AMEDEO , il volume edito dal Centro Culturale “Rezija” di Udine. E’ una rassegna dei momenti più caratteristici e tipici delle tre etnie (una del Friuli Venezia Giulia, una Arbereshe della Basilicata e la Grika della Calabria). “E’ la storia più pregnante- ci dice il fotoreporter ospite della Regione Basilicata e dell’Università – di tre culture etniche “meno diffuse” del nord e del sud, in una simbiosi interculturale e finalmente unitaria”. Le riprese fotografiche , in quadricromia, stigmatizzano un intenso ed eccezionale itinerario antropologico e di costume che va dal 1985 ai giorni nostri in circa 300 pagine.

     A Maschito, anticamente denominata Giorgiano , in onore dell’Eroe Giorgio Skanderbeg, la serata è stata    dedicata , per il coordinamento di Fabrizio Caputo, sindaco di Ginestra e Antonio Mastrodonato sindaco di Maschito, alla poesia della”Rinascita etnica” nel territorio .

    La presentazione , infatti, di Ze nje pastan i re” (“Nasce una nuova vigna”) di Tommaso CAMPERA , che vive e lavora a Chieri , Torino) è stata fatta dal Professore Italo Costante FORTINO, docente di lingua e letteratura Albanese all’Università “L’Orientale” di Napoli, per la cronaca , la prima Università in Italia ad introdurre, nei primi decenni del secolo scorso, la disciplina di lingua Shqipetare.In particolare dopo la lettura di diverse liriche da parte dell’autore (Hora ima vedes, Nani jam ketu) un intervento di Vincenzo Cucci presidente del Circolo Culturale “Vatra Arbereshe” in Piemonte che ha delineato il percorso poetico e di amore ancestrale per la terra natale di Campera.

Fonte: Il giornale di Barile La voce della Piazza  -  Prof. Donato Michele Mazzeo.


  POETI IN AIA

Poesia, Scrittura e interventi d’Arte

Decima edizione - Carignano (TO) Venerdì 8 settembre 2006 ore 21,00

TEATRO ALFIERI VIA SAVOIA 50 CARIGNANO

 Negli ultimi anni, la poesia sta vivendo una nuova stagione di rinascita, dopo lustri e decenni di reclusione nel buio di conciliaboli per pochi eletti. Lo dimostrano gli innumerevoli eventi che legano la POESIA alle maggiori Città della nostra penisola e che presentano Poeti e Scrittori, Attori ed Artisti in genere in una gara di lettura che fino agli Anni „90 dello scorso secolo non avremmo mai immaginato. Questo conferma la preveggenza di chi, a Carignano, ha scommesso sul futuro di questa forma d‟Arte, offrendo ad Autori quasi sconosciuti un palco su cui esibirsi e su cui presentare le proprie produzioni inedite. Scommessa vinta fin dai primi anni, considerato il successo di pubblico e di critica che ha seguito, anno per anno, questa rassegna, unica nel suo genere, perché fa a meno dei grandi nomi e che punta invece totalmente sull‟Autore.

In POETI IN AIA, il Poeta recita davanti al pubblico, ma soprattutto comunica, recuperando in questo modo l‟antico senso della Poesia, ritornando sulle piazze e sulle strade, uscendo dal Libro, luogo mitizzato per eccellenza, cui tuttavia tutti tendono. La manifestazione reinventa il Libro, che pur continuando ad essere la cassa-reliquiario in cui è contenuta l‟invenzione dell‟Artista, smette di essere un oggetto del culto privilegiato di pochi.

Il palco offerto da ”Poeti in Aia” è stato per alcuni Autori l‟anteprima per poter poi pubblicare libri o vincere prestigiosi premi come lo Ziegler di Praga.

L‟aia, in tempi che oggi ci paiono lontanissimi, serviva per il tempo del lavoro; ma era anche il luogo dei giochi dei bambini e il palcoscenico per giocolieri e artisti di passaggio. Come in un‟aia dei tempi andati, il poeta e il narratore si ritrovano a recitare per il Pubblico, che utilizza l‟applauso come premio.

GLI AUTORI

Per l‟edizione 2006, si alterneranno sul palco: la poetessa HENNI RISSONE (Torino), con i suoi delicatissimi versi di vita quotidiana; MAURIZIO ALEO (Torino), Autore di una interessante forma di poesia-spettacolo (dal titolo “0“ di Jazz) che unisce teatro e versi; ENZO DI GANCI (Lombriasco), recente vincitore del Premio di Poesia Nazionale “L‟Autore”; PAOLO CASTAGNO (Carignano), che presenterà alcune poesie con arrangiamenti musicali di Davide Rinaldi (chitarra), Giulia Finco (violino), Massimo Claus (basso), Diego Grassedonio (sax, percussioni), Maria Zindato (voce).

Ospiti d’onore due poeti in lingua arbëreshe, una minoranza linguistica nella quale si ritrovano gli italiani di origine albanese che storicamente sono presenti in Italia già dalla seconda metà del XIV secolo. La presenza degli arbëreshë in Italia è dovuta alla diaspora che ebbe luogo a causa dell‟invasione turca delle regioni balcaniche. L‟abbandono della terra d‟origine da parte degli arbëreshë cominciò dopo oltre 25 anni di resistenza da parte dell‟eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderberg contro l‟Impero Ottomano. La presenza di questi due Autori a Carignano è un altro segnale di vitalità della rassegna, che negli anni, pur mantenendosi fedele alla tradizione, ha saputo rinnovare le proposte artistiche. I due poeti invitati sono TOMMASO CAMPERA (Chieri) e LILIANA TOÇI (Torino).

 Fonte: Paolo Castagno “Associazione POETI IN AIA” Carignano (TO)

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Parco fluviale del Po: Poesia nella pieve

22 Mag 09 - PIOBESI TORINESE.  

            Il 31 maggio l'associazione Progetto Cultura e Turismo di Carignano proporrà una lettura di poesie dei maggiori attori del Novecento italiano. Un'arpa classica accompagnerà le voci dei poeti. Sono stati invitati a leggere: Henni Rissone, Andrea Bolfi, Enzo Di Ganci, Paolo Castagno, Pietro Cardona, Maurizio Aleo, Claudia Cagliero.

            Sarà interessante ascoltare, all'interno della produzione sacra e spirituale italiana, le voci di Piera Sellaro, che leggerà tre poesie in lingua siciliana, e Tommaso Campera, che proporrà una poesia in arbëreshe, l'antica lingua degli Albanesi in Italia. Per chiudere, l'artista Nicoletta Borgia, di Piana degli Albanesi, canterà un antico canto liturgico in greco.

            L'evento si svolgerà nella suggestiva cornice dell'antica Pieve romanica di San Giovanni ai Campi, a Piobesi Torinese, domenica 31 maggio 2009, alle ore 15,30. Ingresso libero.

Oltre alla lettura di poesie del Novecento italiano, sarà nell'occasione possibile fruire di visite guidate alla pieve.

 

 Fonte: Katundo, il sito web di San Marzano di San Giuseppe (TA)

  1° Festival delle lingue di minoranza e delle culture migranti 

Grande partecipazione di pubblico ha riscosso il convegno nazionale a cui ha partecipato anche il comune di San Marzano 

Entusiasmante, istruttivo edificante si è rivelato  il convegno nazionale “ 1 festival delle lingue di minoranza e delle culture migrante”, organizzato dallo sportello linguistico regionale Basilicata e svoltosi dal 27 al 29 novembre 2008.

Lo sportello, di cui fa parte la sammarzanese dott. Annunziata Delli Santi, opera da numerosi anni  per promuovere la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale, delle locali comunità arbereshe; favorire la conservazione, il recupero e lo sviluppo dell’identità e della ricerca storica e linguistica delle stesse comunità; sviluppare forme di collaborazione e solidarietà fra Enti Locali, Istituzioni e organismi culturali presenti ed operanti sul territorio della Basilicata.

Un importante e rilevante evento che ha visto la partecipazione di numerosi esperti e di tutte le comunità arbereshe convenute dalla Puglia , Basilicata e Calabria.

Al convegno ha partecipato anche la comunità di San Marzano rappresentata dal sindaco prof. Giuseppe Borsci, il vicesindaco Adelino Giorgino, l’assessore alla cultura Cataldo Capuzzimati, l’assessore Giuseppe Lacorte e circa cinquanta persone giunte a Potenza per il primo giorno di convegno.

La salvaguardia e la tutela della cultura arbereshe il nesso del convegno svoltosi nei tre giorni articolato a Potenza , Barile, Ginestra, Maschito , San Costantino Albanese e San Paolo Albanese.

Nella prima giornata di convegno con il tema “la legislazione di tutela nella prospettiva federalista” svoltasi A Potenza presso il teatro stabile sono intervenuti Avv. Antonio Autilio Assessore Regione Basilicata, Ing. Vito Santarsiero Sindaco Potenza,  Prof. Franco Inglese Dirigente MIUR Uff. Scol. Regionale per la Basilicata , il Dott. Sandro Arco Assessore Cultura Regione Molise e ha relazionato il Prof. Gaetano Dammacco UNIBA Dipartimento Giuridico delle Istituzioni

Sul tema “la legge 482/99: un bilancio possibile” sono intervenuti la Prof.ssa Giuseppina Puzzi Sindaco S. Paolo Albanese , la Dr.ssa Maria Teresa Lavieri . A conclusione della prima giornata  vi sono stati gli interventi di saluto del Prof. Pietro Ardizzone; Dr. Michele Boccamazzo Sindaco Casalvecchio di Puglia e del Prof. Giuseppe Borsci Sindaco S. Marzano di S. G.

Nel secondo giorno di convegno con tema  “lingue e identità di minoranza in italia: un decennio di esperienze” svoltosi a  Barile presso il Centro Sociale “Don D. Telesca” ha Coordinato i lavori il Sindaco di Barile Francesco Botte che ha visto le relazioni del Prof. Augusto Carli Dipartimento di Scienze del linguaggio e della cultura Università di Modena e Reggio Emilia il quale si è soffermato sulle vitalità linguistiche, l’On. Giorgio Rossetti Presidente Centro Studi Dialoghi Europei Trieste e il Dr. Renato Paternoster autore che ha presentato una sua opera. Nel pomeriggio il convegno si è svolto a Ginestra e Maschito con gli interventi Sindaco Dr. Fabrizio Caputo Dr. Piero Aresta S. L. R. Basilicata; On. Arnoldo Baracetti autonomista friulano; Paolo Borgia redattore in lingua arbëreshe riv. “Mondo Albanese”; Prof.ssa Maria Belluscio Coord. Progetto “ETHNOS”; Dr Sergio Blasi Sindaco di Melpignano Salentino; Prof. Giuseppe Cantisani

Sindaco di S. Costantino A.; Sig. Cataldo Capuzzimati Ass. Cult. S. Marzano di S. G.; Prof. Renato Cittadini Barile; Prof. Vincenzo Cucci Associazione “Vatra arbëreshe” Chieri; Dr. Antonio Gattabria S.L.C. Mongrassano; Prof. Mario Massaro S.L.P. Foggia; Prof. Donato Mazzeo “Basilicata Arbëreshe”; Sig Antonio Troiano S. Paolo A.; Dr. Bartolomeo Zoccano Sindaco di Greci.

In serata presentazione del libro del Sig. Campera Tommaso “Ze nje pastan i re” “Nasce una nuova vigna” poesie in arberesche. Alla presentazione del libro sono intervenuti il Prof. Italo Costante Fortino Docente di Lingua e Lett. albanese Università di Napoli l’Orientale; Prof. Vincenzo Pianoforte Ass.re Cultura Maschito; Sig. Tommaso Campera autore; Dr.ssa Annunziata Delli Santi S.L.R. Basilicata.

Il convegno si è concluso a San Costantino e a San Paolo albanese con il tema “vecchie e nuove minoranze: lingue, culture e letterature migranti”  - Sono intervenuti Prof. Roberto Gusmani Docente di glottologia UNIUD , la prof.ssa Patrizia Del Puente Docente di glottologia e linguistica UNIBAS – Coordinatrice progetti Regione Basilicata, Ing. Annibale Formica Presidente Comunità Montana Val Sarmento il Sindaco Prof.ssa Giuseppina Puzzi Prof. Italo Costante Fortino,  Dr.ssa Merita Bruci Ricercatrice; Dr.ssa Gaia Giudetti e Il Dr. Karim Metref Archivio della letteratura degli immigrati in lingua italiana .Ha concluso il convegno l’ Avv. Antonio Autilio Assessore Regione Basilicata.

Grande entusiasmo ha manifestato l’assessore alla cultura Cataldo Capuzzimati visibilmente soddisfatto e fortificato dall’esperienza vissuta: << sono enormemente soddisfatto  per aver partecipato a questa importante occasione di confronto proposta dallo sportello linguistico regionale della Basilicata. E’ doveroso ringraziare la dott.ssa Delli Santi, nostra concittadina, per l’invito e la disponibilità dimostrata. In quanto arberesche , il mio cognome lo dimostra, avverto l’esigenza in quanto assessore alla cultura,  di rimarcare con forza la nostra storia , le tradizioni e pertanto le nostre origini. Tante sono le cause che rischiano di far scomparire la cultura arberesche tramandata di anno in anno dai nostri avi. Con l’aiuto di chi da quando mi sono insediato sta collaborando in tal senso e devo ringraziare l’azione della Pro Loco Marciana, dobbiamo risalire la china dando seguito agli sforzi dettati dal compianto Carmine De Padova e dalla prof.ssa Vincenza Musardo Talò. Certamente con la buona volontà e la concretezza riusciremo a salvaguardare la nostra cultura.>>

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Ben più importante del sottoscritto (nominato per le poesie in questa immeritata recensione), è la figura del Prof. Carmine De Padova scomparso nel 1999.  Infatti, il Prof. Carmine De Padova è tra le figure storiche più importanti della cultura arbëreshe. Simbolo della Cultura Arbëreshe in San Marzano di San Giuseppe (TA), già negli anni 80, in tempi non sospetti (quando cioè l’interesse per la propria cultura non era influenzato dai finanziamenti della legge 482/99 che era di là da venire), il Prof. De Padova è stato precursore dell’insegnamento delle lingue di minoranza nelle scuole.

 

Nella foto in costume, lo vediamo al Festival di Girokaster (Albania) nel 1978. 


ZE NJË PASTAN I RE - NASCE UNA NUOVA VIGNA: LIRICHE DI TOMMASO CAMPERA

Prof. Edmond Çali, Roma, marzo-aprile 2011

 

Le liriche in arbëresh “Ze një pastan i re” di Tommaso Campera si presentano in questa edizione del 2011 in una versione completa.        

            1.a. Il testo delle liriche è preceduto da alcuni importanti contributi. La Dr. Annunziata Delli Santi in “Il pensiero di un’arbëreshe di San Marzano di San Giuseppe sulla poesia di Tammaso Campera” (pp. 5-7) sottolinea che “Le sue liriche sono un vero patrimonio lessicale” nel momento in cui “oggi più che mai il patrimonio linguistico e culturale arbëresh di questo comune ha bisogno di un’opera di recupero. In esso come in tutta l’Arbëria italiana, alcuni termini sono persi, trasformati, nelle poesie del Campera, sono ben conservati” (p. 6).

Le liriche ci vengono presentate in arbëresh e nella loro traduzione italiana. Ecco cosa dice la Delli Santi: “Per concludere, c’è da dire che la traduzione italiana perde in musicalità ed espressività, l’arbëreshe è diverso. Come già innanzi detto, nelle sue poesie ci sono termini molto più conservativi di quelli che nella realtà Maschito ha nel suo parlato, le poesie di Tommaso Campera possono rappresentare un trampolino di lancio per creare vitalità in una lingua che a Maschito sta morendo nonostante gli sforzi di scuola, amministrazione e istituzioni” (p. 7).

Secondo noi la presenza del testo e in arbëresh e in italiano è una necessità ed un’ottima scelta.

            1.b.  L’importanza dell’operato di Tommaso Campera per la conservazione della lingua arbëreshe di Maschito viene sottolineata anche da Antonio Mastrodonato, sindaco del comune di Maschito e dal Prof. Vincenzo Pianoforte, assessore alla cultura del comune di Maschito: “All’autore delle liriche, la nostra gratitudine e riconoscenza, consapevoli dello sforzo e dell’impegno profuso nel realizzare l’opera in lessico arbëreshe-maschitano: “Nasce una nuova vigna” (prima testimonianza scritta in maschitano) dopo la perdita del patrimonio letterario dovuta all’incendio del settembre 1945” (p. 8).

             2.a. Una parte molto importante del libro è la prefazione di Italo Costante Fortino che tratta alcuni aspetti e temi significativi dell’opera di Tommaso Campera quali la visione poetica (pp. 15-16), le parole arbëreshe (pp. 16-19), il ritorno (pp. 20-22), la diaspora (pp. 22-23) e l’espressione linguistica (pp. 23-30).

Secondo Fortino “L’intenzione del Campera non è solo quella di insistere sulla cultura e sulla lingua del passato, ma di confrontarsi anche con il presente in tutti i suoi risvolti. La ricerca dell’espressione poetico-linguistica nasce proprio dalle considerazioni sullo stato presente, dalla riflessione su una cultura che si è trasmessa per cinque secoli e da una lingua che, senza particolari strutture di sostegno, è ancora parlante” (pp. 23-24). Arriviamo così alla poesia di Campera: “Da qui una poesia delle origini e una lingua anch’essa delle origini, arcaica allo stesso tempo innovata, fievole per alcuni aspetti ma robusta per altri nell’esprimere particolari sensazioni legate al modo di appartenenza” (p. 24).

Il testo bilingue del libro, con l’originale arbëresh e la sua traduzione italiana a fronte è una condizione indispensabile per la presentazione di un’opera in arbëresh nell’ambiente letterario arbëresh, nell’ambiente letterario italiano ed anche per il lettore albanese. Ma dobbiamo tener presente che la versione italiana è sempre una traduzione e che la vera poesia va trovata nel testo in arbëresh. Il prof. Fortino spiega così la differenza: “Lontana dalle vibrazioni del testo albanese è la traduzione italiana, opera dello stesso autore. Questa rappresenta concetti e sensazioni con suoni che nell’immaginario arbëresh appaiono generici, appartenenti ad altra cultura, mentre il testo albanese crea l’atmosfera unica che appartiene solo a quella cultura, a quell’ambiente, a quel modo di sentire. Sono i suoni della lingua arbëreshe ad evocare un concetto che contiene in sé dettagli propri, connotazioni uniche” (p. 24).

L’arbëresh usato nei diversi centri albanofoni in Italia cambia se ci spostiamo da un paese arbëresh all’altro. Le differenze delle parlate arbëreshe sono un patrimonio che va conservato e per questo motivo l’uso della parlata di ogni singolo paese anche nelle opere scritte aiuta a tutelare l’identità culturale e linguistica anche nelle diversità, siccome la lingua arbëreshe è risultato di tutte queste diversità. Dunque è importante valorizzare, come fa il Campera, le potenzialità della propria parlata arbëreshe: “La lingua del Campera è quella che si parla ancora oggi a Maschito che lui valorizza in tutta la sua potenzialità, andando a recuperare frammenti lessicali eventuali in dissolvenza o dimenticati. Il tentativo ben riuscito del restauro lessicale, in cui la radice di un toponimo che ha resistito al tempo fa comprendere altri termini derivati, si allarga alla polisemia e alla varietà terminologica” (p.24).   

In seguito Fortino nella sua analisi linguistica si sofferma anche sull’evoluzione e sulle innovazioni della parlata di Maschito (pp. 26-29) ed evidenzia l’atteggiamento di Campera: “Questi fenomeni ormai consolidati nell’eloquio quotidiano sono stati accolti con diritto di cittadinanza dall’Autore, sulla base del principio di non interferire più di tanto nella lingua che ancora oggi parla la gente” (p. 29).

Il lessico è una parte importante della lingua arbëreshe ed il Poeta ha dato un prezioso contributo con la sua opera: “Nel campo lessicale il Campera ha valorizzato tutto il patrimonio albanese ancora vivo, ha sfruttato la flessibilità che hanno i radicali dell’albanese per il tramite della suffissazione, e si è mostrato poco generoso nei confronti dei prestiti italiani, mentre in casi del tutto sporadici ha fatto ricorso a termini della lingua standard. L’impostazione che il Poeta si è dato risponde alla visione culturale-linguistica che egli ha delle comunità albanesi d’Italia” (pp. 29-30).

            2.b. Le notizie sull’autore e sul suo mondo arbëreshe che precedono il testo delle liriche (“Nota sull’autore”, p. 31; “La famiglia”, p. 32; “Una coincidenza degna di nota”, p. 33) offrono ulteriori informazioni indispensabili alla comprensione della sua poetica e del suo percorso letterario. Nelle pp. 34-35 viene fornito anche l’alfabeto arbëresh usato da Tommaso Campera, testimonianza della cura filologica con la quale è stata preparata la presente edizione. Ricordiamo anche le note che accompagnano la traduzione italiana di molte poesie in cui viene riportata la traduzione di determinate parole.

            3.a. Ripetizione creativa: elementi che si ripetono nelle liriche di Tommaso Campera.

L’usignolo (rrishinjualli) con il quale il poeta si incontra, si paragona e si immedesima nella prima poesia del volume (po diligoja sa: rrishinjualli /çë mbi ghorrit më i lart më folijë-ma capivo che: l’usignolo/che sull’olmo più alto mi parlava) ritorna anche in “Kopshtari” (L’ortolano). E’ sempre un rapporto tra l’usignolo e l’uomo, tra il canto della natura: Rrishinjualli thorzë kalidhaz / - i fshehur nga mbërzhanëja - / këndon, mba areksur kopshtari /… një burë gjithë ari. (L’usignolo accanto alla capanna / - nascosto dall’ombra - / canta, rallegra l’ortolano/ … un uomo tutto d’oro).

            3.b. Sono due gli elementi che si ripetono nelle liriche di Campera: la pietra e il mare, dunque la terra e l’acqua, solidità dell’uomo, richiamo alle origini, alla memoria, alla resistenza, al legame con la patria antica e allo stesso tempo lontananza, distanze, amore per la donna, per la stessa terra e per la lingua degli antenati.

Il poeta torna al paese delle origini dove è atteso da tutto: E ju lisa? / Tura vrundulluar fletatë, më pijtit: / “Si kle, si kle çë nëng erdha më?” / Të prisjam, këta gura të dishan / këta ferra plot ma mëna… / një dhurat pë tijë. (E voi alberi? / Con stormir di foglie, mi chiedeste: / Perché, perché non sei più tornato?” /Ti attendevamo, queste pietre ti volevano/ questi rovi pieni di more…), pp. 42-43.

Il poeta prende coscienza che si trova nel suo paese, tra le sue radici: Nani jam këtu / e më gjë kujtonj/ … këta gura/ këta gjitonì, nëng i lora kurr: / jam këtu! (Adesso sono qui / e più niente ricordo / … queste pietre / questi vicinati, / non li ho lasciati mai: / sono qui!), pp. 44-45.

Spiritualità e concretezza si trovano insieme in “Gura”. Le pietre, di cui sono fatte le strade e le case, stanno insieme come le parole. La descrizione della poesia si basa sull’elemento pietra per stabilire il legame tra il Poeta ed il mondo, tra i dettagli quotidiani e l’eternità. Ed il poeta effettua il contatto con le pietre nella notte, nel riposo, nella quiete, quando la vita di tutti i giorni è meno presente ed egli può avvicinare meglio l’eterno, camminando, diventandone parte. La prima parte della poesia è la descrizione delle pietre: Ato gura të stërduara / ngjiturë një a një, si fjalët / çë kurr… nëng lëshonjanë. / Gura… ngjiturë ma gura / udha e shpi të horës ima. (Quelle pietre consumate / attaccate ad una ad una, come le parole / che mai… non cessano. / Pietre… attaccate con pietre / strade e case del mio paese), pp. 68-69.

La seconda parte la descrizione del legame delle pietre con il resto del mondo: Varea i fshin / shiu… i lanë / dëbora… i pushtronë. / Nguani nguani, mbë nata / kur pushimin merrë ato gura / ndë qetësin… u i ecinj. / Vetam Ghaçi… ma vazha / mbushan ajri. (Il vento le spazza / la pioggia… le lava / la neve… le copre./ Di tanto in tanto, di notte / quando il riposo prende quelle pietre / nella quiete… io le cammino. / Solo l’allocco…. Coi lamenti / riempie l’aria.), pp. 68-69.

La pietra è elemento che compone, è parte importante di immagini simbolo in due liriche in cui è presente anche la figura della donna. In “Thronushi gurashë” abbiamo la donna che sta “sulla panchina di pietra” (Ulur, këmbëngriqur / mbi thronushi gurashë / thorzë biblliotekja - Seduta, a gambe incrociate / sulla panchina di pietra / accanto alla biblioteca, pp. 80-81) e in “Grua shqiptara” abbiamo la figura del Poeta che ha costruito mura con grandi pietre (Stisa mura ma gura t’mëdha / muriçna t’larta i vora thorzë / i mbogha hitha e ferra / … t’mos hijë njari! - Ho costruito mura con grandi pietre / alte muraglie li misi accanto / seminai ortiche e rovi / …per non farvi entrare nessuno, pp. 74-75).

            3.c. La pietra serve anche per scrivere e per conservare la memoria: ndë buza proit / një djal, gërmon xhisa gurinja / vetam, mëndon gjëra / çë shkruan mbi curva - Nel greto del torrente / un bambino, scava gessi di pietra / solo, immagina cose / che disegna sulle pietre, (“Djali ma mjekra a bardha”, pp. 96-07). L’acqua del torrente ci avvicina all’altro elemento che si ripete nelle liriche del Campera, al mare. Troviamo tutti e due gli elementi nella poesia “Fanari” (Nga kur guratë ima / klenë stisurë / dejti – ma suvalatë- / dukëshi shenjt i mbrapt - Da quando le mie pietre / furono fondate / il mare – con le onde - / già sembrava segno contrario, pp. 84-85). Qui pietra e mare danno l’idea della trasformazione e della continuazione della vita. Pietre che cadono e che costruiscono allo stesso tempo: Një gur ze të shqitat / një a një bianjan përdhe / mbë ana të rrështuara / stisnjanë mura t’reja. / Dejt… ashtu i panjohur – Una pietra inizia a staccarsi / una ad una cadono a terra / in file ordinate / costruiscono nuove mura. / Mare… così misterioso, (pp. 84-85).

Il mare e la donna venuta dal mare sono la salvezza del Poeta che aspettava da cinquecento anni: Ti lul ardhur nga dejti / Afardita lindur nga suvalatë / më the trimsin e më pështova / ndësa kam pesqënd vjetë / … ze gjeghan ima - Tu fiore venuta dal mare / Venere nata dalle onde / tu mi desti il coraggio e mi salvasti / seppur ho cinquecent’anni /… inizia la mia vita (pp. 76-77).

Il mare che forse ha diviso il poeta dalla donna amata (e dalla patria antica) ora viene superato non dalle sue onde, ma dalle onde del vento che trasmettono i pensieri d’amore (“Nga atej detit”). La ripetizione dello stesso verso “Suvalja erës” (l’onda del vento) all’inzio delle tre delle quattro strofe assicura ulteriore unità al testo. L’unità viene rafforzata dalla ripetizione oltre che del primo verso anche del secondo alla seconda ed alla quarta strofa (suvalja erës / si skamandilë mundashët - l’onda del vento / come fazzoletti di seta).   

La situazione descritta nella seconda strofa è diversa dalla situazione descritta nella quarta: i pensieri della donna amata sono arrivati al poeta, forse perché bagnati da una lacrima e da una goccia del mare: Suvalja erës / si skamandilë mundashët / dërguanë shërtimatë jotat / një lot i lagu: / … o kle pika dejtit?- L’onda del vento / come fazzoletti di seta / mi hanno portato i tuoi pensieri / una lacrima li ha bagnati: / … u fu la goccia del mare? (pp. 78-79).

            4. La figura dello scrittore è sempre presente ed è molto centrale nelle liriche di Tommaso Campera. Lo scrittore è saggio (“I urti shkrimtar” - “Il saggio scrittore”, pp. 55) ma anche pazzo quando si rivolge alla musa (Jam u shkrimtari i ghavur / çë të lijti mbi lëpushin / ma ghapsn t’kuq - son’io il pazzo scrittore / che ti ha disegnata sul foglio / con sanguigna matita, “Arpa Vixhanit”- “L’arpa di Viggiano”, pp. 72-73) ed è allo stesso tempo geniale.       

 

Prof. Edmond Çali, dottorato in lingue e letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Ricercatore presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Giugno 2011 21:59
 
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