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Vetam Arbëreshë Campera - Origini
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Scritto da Tommaso Campera   
Martedì 14 Settembre 2010 00:00
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Origini
Korone e i Coronei
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ORIGINI DEGLI ARBËRESHË (ITALO-ALBANESI

Testo elaborato da Tommaso Campera il 13 febbraio 2004

Premessa

            Per quanto possibile, dovendo sommariamente parlare delle origini degli arbëreshë, è doveroso fare una premessa.

            Gli arbëreshë – altrimenti detti italo-albanesi - come tutti i popoli della nostra Italia e della nostra Europa, sono “figli” degli ipotizzati indoeuropei. Dagli antropologi ed etnologi, la teorica patria di questi nostri progenitori indoeuropei, con il variare degli studi in merito, venne collocata: nelle pianure anatoliche; nelle steppe caucasiche; nelle regioni scandinave.

            È anche neccessario precisare che, per la ricerca sulle origini dei popoli, oggi,  parlare di razze è alquanto arduo, sia per i trascorsi storici, ma soprattutto perché gli ipotetici nostri progenitori indoeuropei, già loro non erano un unico ceppo “razziale” ma un insieme di genti (cfr. Marija Gimbutas) dunque, è senz’altro preferibile parlare di identità culturali, derivanti dal parlare una stessa lingua, dalla condivisione dell’insieme di tradizioni comuni e dal vivere gli stessi spazi.    

            Della grande famiglia degli indoeuropei, gli illiri ne costituivano un importante ramo; gli arbëreshë - detti italo-albanesi - con gli albanesi d’Albania con i kosovari e con gli arbërorë di Grecia, sono considerati gli unici  diretti discendenti degli Illiri

Gli Arbëreshë, oltre che di una storia secolare molto interessante, sono portatori anche di una valenza linguistica di importanza europea, difatti, gli studiosi addetti ai lavori quali sono gli etnologi, glottologi e linguisti, certificano l’arbëreshe come lingua neo-illira o tracio-illira.

            Non mancano i ricercatori che (in nome di un’anacronistica autoctonia) ne ipotizzano l’origine pelasgica, “I DIVINI PELASGI” citati da Omero.

            Senza entrare in merito alla sterile disputa, se gli arbëreshë siano più neoilliri o più derivanti dai pelasgi di omerica memoria, possiamo senz’altro dire che gli uni si sono sovrapposti e fusi con gli altri, tanto che ora, riuscire a  dirimere la questione, appare disputa fine a se stessa.

            La piccola introduzione appena fatta, lascia subito intravedere, come il volere parlare o brevemente esplicare sul chi siano gli arbëreshë – sbrigativamente detti “italo-albanesi” - appare opera ardua.

            Dalla  lingua, la religione, gli usi e costumi, si scoprirà che gli arbëreshë non sono “alieni” ma, dati i collegamenti linguistici con: il latino, il germanico, il greco antico, sono europei tra i più antichi.

            Linguisticamente, non mancano collegamenti con ciò che erano il messapico, il celtico ed il ligure, lingue che in epoca prelatina erano parlate in  Italia, infatti, vari toponimi e termini in Italia, hanno radice traducibile  attraverso l’arbëreshe.

Gli arbëreshë in Italia

                 Nonostante gli arbëreshë da seicento anni abbiano preso parte a tutta la storia italiana, ed abbiano fattivamente contribuito alla costruzione dell’attuale contesto italiano, ancora oggi, la maggior parte degli “italiani” mostrano sorpresa quando apprendono dell’esistenza di questa minoranza linguistica, appare quindi indispensabile accennare brevemente sul perché della presenza degli arbëreshë in Italia.

            Gli italiani-arbëreshë, originariamente abitavano i territori al di là dell’Adriatico  che, di volta in volta, sono stati chiamati Illiria, Arbëria, Çamëria, Morea, Peloponneso. Ciò che oggi rimane di quei territori, in parte sono inclusi nell’attuale Albania, in parte sono stati inglobati nell’attuale Grecia, Macedonia e Montenegro. Altra regione abitata dagli albanesi è il Kosovo.

            La diaspora in Italia degli arbëreshë, si ebbe in un periodo nel quale gli anzidetti territori albanofoni non erano delimitati dagli attuali confini di stato ma erano sostanzialmente uniti  in una macroregione etnica. 

            La diaspora in Italia, si ebbe a causa dell’invasione di quei territori che, a partire dal 1378, furono invasi dell’impero Ottomano (i turchi): molti elogi, da papi e da principi italiani, furono rivolti ai nostri antenati guidati dal nostro simbolo  ed eroe Giorgio Castriota detto Skanderbeg ma, di fatto, fuorché pochi simbolici aiuti, furono lasciati soli a combattere una guerra che minacciava l’intera Europa ed il “mondo cristiano”.

            Per misura degli eventi storici, si riporta il titolo di una canzone: “L’assedio di Vienna” tratta dal secondo volume di Costantino Nigra, edito dalla Einaudi, 1974, il primo verso della canzone in lingua piemontese narra così: “Chi völ sentì na gran lamenta, Fàita da sta povra cristianità?”.

            La canzone, narra dell’assedio di Vienna avvenuto nel 1683 dopo la caduta della resistenza nei balcani, ed è dimostrazione della tragicità dei fatti storici che, nel XV° secolo, direttamente coinvolse gli arbëreshë, fatti che sono entrati nella memoria colletiva degli europei: a Vienna, nel museo delle armi vengono custoditi l’elmo e la spada dell’eroe Giorgio Castriota Skanderbeg, non vengono restituite all’Albania perché, lo Skanderbeg,  è ritenuto eroe d’Europa.                    

            Dello Skanderberg, che i papi elessero a  “Defensor Fidei”, il sultano Maometto II disse: “Se non fosse vissuto Skanderbeg, io avrei sposato il Bosforo con Venezia, avrei posto il turbante sul capo del Papa ed avrei posto la mezzaluna sulla cupola della Chiesa di S. Pietro a Roma”.

            Quattro sono le date nelle quali si ebbero i maggiori spostamenti di arbëreshë in Italia.

            Il primo passaggio di albanesi in italia si ebbe tra il 1440 ed il 1448 quando Alfonso V d’Aragona, impegnato nel consolidamento del suo potere, fu costretto a chiedere l’aiuto di Giorgio Castriota Skanderbeg per respingere gli attacchi degli Angioini e per reprimere le ribellioni di alcuni baroni calabresi alleati dei suoi nemici.

            Il secondo passaggio si ebbe tra il 1460 e il 1461, periodo nel quale, morto nel 1458 Alfonso, il figlio illegittimo Ferdinando d’Aragona per le ribellioni dei baroni fedeli alla casa d’Angiò chiese aiuto allo Skanderberg. In questa occasione, prima con l’arrivo di Giovanni Stresa Balsha (nipote di Skanderbeg), e poi, lo stesso principe albanese Skanderberg a capo di un contingente di circa 3000 uomini passò in Italia per fronteggiare – sconfiggendolo - il capitano di ventura Giacomo Piccinino che comandava l’esercito angioino; sia nel 1440/48 che  nel 1460/61 furono gli stessi Aragonesi a chiedere agli albanesi di rimanere in italia per ripopolare o fondare nuovi casali e garantirli così da nuove ribellioni dei loro nemici.

            L’esodo più massiccio di albanesi in Italia, si ebbe dopo la morte del principe Giorgio Castriota Skanderbeg che avvenne nel 1468 a Lezha (l’antica Alessio), in questo frangente, - dopo 25 anni di lotte - tutta l’Albania stava cadendo in mano ai turchi, così interi paesi furono abbandonati ed intere popolazioni sfollarono in Italia nei feudi  che gli Aragonesi  - grati per l’aiuto dato - donarono allo Skanderbeg; si trattava dei feudi di Trani, San Giovanni Rotondo e Galatina in Puglia ed il feudo di Ferrandina, in Basilicata. 

            Quarto ma  non meno importante spostamento di genti albanesi in Italia, si ebbe con la caduta delle città del Peloponneso in mano alla Sublime Porta. Dal 1517 al 1532/34 molte furono le famiglie albanesi che a bordo delle navi di Carlo V raggiunsero l’Italia dopo essersi imbarcati nei porti di Korone e Modone in procinto di essere espugnate dall’esercito turco. Di ciò, reca notizia lo storico siciliano Tommaso Fazzello che nel 1566 scriveva: “Nell’anno di nostra salute 1453, il 29 di maggio, Maometto re dei turchi, secondo di questo nome, prese Costantinopoli e poi la città di Durazzo e il Peloponneso, e allora passarono in Italia e in Sicilia molte colonie di “greci”. Questi fondarono molti villaggi, che ancora oggi si chiamano Casali dei Greci. Ai miei tempi, quando l’imperatore Carlo V espugnò la cttà di Korone e  poco tempo dopo la lasciò ai turchi, tutti i “Greci” che la abitavano trasferirono le loro dimore in Italia ed in Sicilia”.

            La diaspora che nel XV e XVI sec. ha portato gli arbëreshë nel centro e sud Italia, ha portato gli stessi: a) in provincia di Piacenza, nei borghi di Pievetta Bosco Tosca, ambedue frazioni di Castel San Giovanni; b) nella allora repubblica di Venezia, nei villaggi di Peroi e di Parenzo; nella stessa Venezia,  la nobile famiglia dei Dukagjini, si estinse per linea maschile nel 1750 circa.  

            Non trascurabile è il fatto che Casale Monferrato in provincia di Alessandria, dal 1494 al 1518 fu governato dall’albanese Costantino Arianiti (detto Comneno).

 

Gli arbëreshë in Piemonte

            Le ragioni della presenza arbëreshe in Piemonte ed in altre regioni del nord Italia non sono dissimili dalle motivazioni che hanno portato i veneti o qualsiasi altro immigrato da altre regioni d’Italia a venire in Piemonte. Per altri versi, sono motivazioni simili a quelle che portarono tanti piemontesi ad abbandonare le campagne o le malghe, per andare a lavorare in F.I.A.T. “La fabbrica”. 

            I fattori socio-economici che hanno portato gli arbëreshë ad emigrare dai residui circa 60 comuni  albanofoni delle regioni del  sud Italia,  sono forse riconducibili: a fattori di perdita di competitività economica dovuta alla lavorazione di proprietà agrarie eccessivamente frazionate; alla mancanza di investimenti economici che i cosiddetti Baroni possidentidel sud,  non hanno voluto o saputo fare; alle scelte politiche colpevoli di aver realizzato i siti industriali tutti nelle regioni del nord Italia, si è così costretti gli arbëreshë alla Diaspora nella diaspora”.  

             

 

Bibliografia consultata:

HAHN (DE) G. “ALBANESISCHE STUDIEN” VIENNA 1854.

MEYER GUSTAVO “STUDI SUGLI ALBANESI” 1885.

N. JOKL.

THUNEMAN “UNTES SMELMUNGEN VERBER DIE GESCHTATE DU OSTLURCHEN EUROPEISCHEN VOLKER“.              

XILANDER "DIE SPRACHE DES ALBANENSEN“.

DE RADA GIROLAMO “CONFERENZE SULL’ANTICHITA DELLA  LINGUA ALBANESE”.

SAVERIO SALOMONE “NEL MONDO DELLE LINGUE INDOEUROPEE”.

BOPP FRANCESCO “DAS ALBANESISCHE IN ESINEN VERWAND SCHAFLICHEN BAZIUNGEN“ 1855.

STIER "CARMINA ALBANICA QUINQUE“ 1856.

ANTONELLO BIAGINI “STORIA D’ALBANIA” BOMPIANI

FABIO MARTELLI “CONOSCERE L’ALBANIA” IL MULINO

VERBAMUNDI 2 “IL KANUN” BESA, ANNO 2000

T.G.E. POWEL “I CELTI” IL SAGGIATORE 1974.

GIUSEPPE STICCA “I LIGURI EBURIATI NELL’ASTIGIANO” 1935.

ETTORE NASALLI ROCCA, “L’ALBANIA E I FARNESE” ;

ALDO BORERI, “GLI ALBANESI NEL PIACENTINO”  1940;

ETTORE DELLA GIOVANNA, “GLI ALBANESI NEL PIACENTINO” BOLLETTINO STORICO 1952.

ELIO ARCHIMEDE, “INVITO AL MONFERRATO” TORINO 1976.

GIUSEPPE COLLI, “MONFERRATO” ED. VITALITA 1960.

IDRO GRIGNOLIO,”CASALE MONFERRATO” MEDIA EDITRICE 1983.

“ZËRI ARBËRESHVET” (LA VOCE DEGLI ITALO-ALBANESI) N° 12 –1979.

 


                                    La città di Korone e i Coronei

Tutti gli Arbëreshë d’Italia, amano definirsi Coronei, cioè, Albanesi sì, ma … attenzione, sembrano voler dire, di quelli provenienti da Korone!

             Dunque, Albanesi di quelle nobili famiglie di condottieri provenienti dalla Morea (l’attuale Peloponneso) che, intorno al 1535, imbarcati sulle navi dell’alleanza dell’imperatore Carlo V. - flotta che era comandata dall’ammiraglio genovese Andrea Doria - furono costretti ad emigrare in Italia: ma siamo davvero tutti originari di Korone o comunque dalla Morea?

             Prima di entrare in merito all’origine, o meno, da Korone e dunque dalla Morea, vorrei mettere in primo piano un sunto del canto che ormai, a prescindere dall’origine, è assunto a simbolo di tutti gli Arbëreshë  “Moj e bukura Morèe = Oh mia bella Morea”

 

 In lingua originale, l'arbëreshe 

Oj e bukura More

çё kur tё lashё

u mё nëng tё pashë.

Atje kam u zotin tatё

atje kam u zonjen mёmё

atje kam edhè im vёlla

gjithë mbuluarë ndën dhe!

Rit.   Oj e bukura More

çё kur tё lashë

u mё nëng tё pashë.

Oj e bukura More …

Traduzione letterale dall'arbëreshe all'italiano

Oh bella Morea

da quando ti lasciai

io più non  ti vidi

Là ho il mio signor padre

là ho la mia signora madre

là ho anche mio fratello

tutti coperti sotto terra!

Rit.  Oh bella Morea

da quando ti lasciai

io più non ti vidi.

Oh bella Morea …

   

            Secondo i documenti ritenuti più attendibili, quelli della Repubblica di Venezia (la Serenissima) che all’epoca estendeva il suo dominio nei territori della Morea (Cfr. “Memorie Istoriografiche del Regno della Morea, Venezia 1692”) per la sua posizione strategica per le rotte navali che dall’occidente portavano ad oriente, Korone fu continuo teatro di battaglie tra il blocco dell’alleanza cristiana e quelle della super potenza  dell’epoca che era l’armata Ottomana.

             Per quanto compete al trattato di questo articolo, la fortezza di Korone, in nome dell’imperatore Carlo V., e dunque dall’alleanza cristiana, fu nuovamente conquistata nel 1532 dall’ammiraglio Andrea Doria.

             Per l’impossibilità di mantenere quella strategica posizione, la fortezza viene però abbandonata solo due anni più tardi (nel 1534) e Korone ritorna ad essere possedimento degli Ottomani.

    È in questo frangente dell’abbandono di Korone nel 1534, che viene collocata la partenza per l’Italia dei Coronei, le nobili famiglie Albanesi di rito greco. Prima che la fortezza fosse abbandonata in mano turca, l’imperatore Carlo V. ordina all’ammiraglio Andrea Doria di imbarcare quanti degli Albanesi volessero abbandonare la città di Korone per paura delle rappresaglie che, senz’altro sarebbero state messe in atto dagli Ottomani, per vendicarsi della resistenza opposta e per essere di religione cristiana.

    Fu così che, in quella sola occasione (ne seguirono altre), circa 2000 albanesi si imbarcarono sulle navi dell’alleanza di Carlo V e fecero rotta per le regioni del sud Italia dove fondarono o ripopolarono i villaggi arbëreshë: la storiografia conferma che 100 di quelle famiglie provenienti da Korone, nel 1535 si insediarono a Maschito che era già abitato da Albanesi di precedenti emigrazioni provenienti da Scutari e dall'Albania centrale.

   I Coronei della IV emigrazione provenienti dalla Morea, in minima parte si fermarono a Napoli e a Lipari, mentre la maggior parte di essi preferirono insediarsi in paesi dell’Italia meridionale già abitati da albanesi delle precedenti emigrazioni, tra gli altri, questi paesi sono:  Barile, Maschito, Ginestra, San Costantino e San Paolo Albanese in provincia di Potenza; Greci in provincia di Avellino; Farneta e Castroregio in provincia di Cosenza. Ciononostante, tracce di albano-greci provenienti dalla Morea, si hanno non solo in Basilicata, in Campania ed in Calabria ma anche in Puglia ed in Sicilia. Prove certe di queste presenze le fornisce l’onomastica: l’etimologia dei nomi di questi albano–greci ne denunzia la provenienza dalla lingua greca.

             Possono dunque essere considerate tracce certe dell’origine coronea: i documenti storici; la toponomastica, p. es. Greci (AV) e San Demetrio Corone (CS); l’onomastica, p. es. Cacosso, Cacozza, Chiefalà, Chiafitelli, Rafti, Stratigò, Rodotà etc. ; indicatori dell’origine dalla Morea sono anche certi soprannomi come Kalavrita e Karvela.  Infine, sono indicatori dell’origine coronea i “titoli nobiliari” conservatisi accanto al proprio cognome, p. es. in Sicilia e Calabria: Jeno dei Nobili Coronei; Rodotà dei Nobili Coronei; Camodeca dei Nobili Coronei (Cfr. ZËRI I ARBËRESHVET – Emanuele Giordano 1979).

             In Basilicata, in Maschito,  l’origine “nobiliare”, ad esempio,  è denunciata dai documenti firmati dai sindaci di Maschito che, intorno al 1736, accanto al proprio cognome, a denunziarne orgogliosamente l’origine, opponevano l’ “Universal Suggello” e dunque: Tommaso Giura Eletto de Coronei; Domenico Campera Eletto de Coronei; Lazzaro Manes Capo Eletto de Coronei (Cfr. MASCHITO, STORIA E LEGGENDA VERSO IL FUTURO – Donato M. Mazzeo – Basilicata Arbëreshe 2001).

              Abbiamo quindi visto e constatato che - pur essendo tutti di stirpe albanese - così come ci sono validi indizi per escludere l’origine dalla Morea, ci sono indizi sicuri per capire quali Albanesi possano dirsi provenienti dalla Morea e dunque probabilmente  Coronei  di antica famiglia “nobiliare”.

             Si premette che, nei paesi albanofoni, con gli Albanesi D.O.C., da generazioni convivono anche famiglie “allògene” integrate anche linguisticamente con il territorio ma che non fanno parte dell’etnia albanese, esempio di questo sono: i Di Nella in Maschito provincia di Potenza, gli Altimari in S. Demetrio Corone provincia di Cosenza (cfr. DIZIONARIO UTET "I COGNOMI D'ITALIA"). Per quanto compete a questo piccolo trattato, non si prenderanno quindi in considerazione i cognomi dei cosiddetti “t'huaja = stranieri”.Veduta della fortezza di Koroni con la città in un disegno del 1685.

             Escludendo l’indizio della canzone “Oj e bukura Moree” che attualmente è canto assurto a simbolo dell’abbandono della propria terra da tutti gli Arbëreshë, Coronei e non, sicuri indizi restano i cognomi, i soprannomi, il suggello d'origine posto accanto al proprio cognome, i rari documenti dai quali - come nel caso della famiglia Stratigò di Lungro (CS) - se ne deduca la provenienza: l'originale di tale documento, datato 13 luglio 1533, sarebbe depositato presso la Real camera sommaria di Napoli.

            Prendendo ad esempio alcuni cognomi presenti nel paese albanofono di Maschito (PZ), si avrà un modello che certamente potrà essere adottato per le ricerche in altri paesi albanofoni: l’analisi etimologica su alcuni di questi cognomi, con buona probabilità, ci dirà chi possa considerarsi albanese originario dalla Morea e quindi di origine coronea e chi invece ha le sue origini da altre zone albanofone. 

segue...      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Marzo 2011 20:52
 
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