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Vetam Arbëreshë Campera - Letteratura
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Scritto da Tommaso Campera   
Mercoledì 29 Settembre 2010 00:00
Indice
Letteratura
G. Gangale
Gangale, poesie
Carmine De Padova
Tutte le pagine

 

G. DE RADA PER LA CULTURA ARBËRESHE - F. MISTRAL PER LA CULTURA OCCITANA:

LA CONTIGUITA’ TRA I DUE GRANDI LETTERATI.       

                                 

                  Girolamo De Rada nacque nel novembre del 1814 a Macchia Albanese (Cosenza), Macchia Albanese è frazione di San Demetrio Corone. De Rada, compì gli studi nel collegio di San Benedetto Ullano (Cosenza), vi compì il ginnasio ed il liceo, lì vi studiò grammatica, retorica e filosofia, nel culto del greco e del latino sul quale si fondava tutta l’educazione umanistica contemporanea.

Terminò gli studi medi a diciannove anni e già ventenne, sentì fiorire due passioni che coltivò con giovanile ardore: la passione per i canti popolari, che iniziò a raccogliere, e quella per una fanciulla, -l’immortalata ispiratrice del Milosao, la pseudo-figlia di Kalogrèa.

Nell’ottobre del 1834 si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Napoli, preferendo però, dedicarsi alla lettura dei poeti e a scrivere egli stesso poesia. Dopo due anni pubblica infatti  il “Milosao”.

     Fredric Mistral nacque nel settembre del 1830 a Maillane, nei corsi scolastici secondari che  nel 1843-1447 frequentò ad Avignone, dove studiando storia locale e leggendo i poeti dialettali, forse, si accese l’interesse per ciò che poi maggiormente lo caraterizzerà nelle sue opere letterarie; determinante si suppone, possa essere stata la conoscenza con J. Roumanille già autore di versi in lingua d’oc.

Si laureò in legge  ad Aix nel 1851, tralasciando la pratica forense si diede alla poesia trovadorica -per le giovanili influenze esercitate su di lui dai poeti dialettali, complice il generale fermento culturale che stava avvenendo in Provenza- tale scelta gli fu congeniale.

Una delle maggiori opere per le quali è conosciuto Mistral, è il poema epico rusticano intitolato “Mirèio” (Mirella). Per i poemi e le opere letterarie nel 1904 fu insignito del premio Nobel per la letteratura.

 Le contiguità dei due poeti

Ci sono dei tratti comuni che avvicinano De Rada e F. Mistral, entrambi nascono in piccoli paesi di provincia, tutti e due già in età giovanile sono attratti dalla musa ispiratrice ad eternare nelle loro opere la bellezza espressiva della rispettiva lingua natia. Altri parallelismi sono: l’aver ambedue  intrapreso gli studi di Giurisprudenza per poi preferire dedicarsi alla letteratura ed alla poesia, il Mistral, ha fondato il periodico “L’Aioli” di Provenza, da parte sua il De Rada fondò e diresse il giornale “Flamuri Arbërit” La Bandiera dell’Albania -.  Mistral e De Rada pur in contesti diversi – ma similari - sono stati promotori nel voler elevare le rispettive lingue, a dignità nazionale, inoltre li accomunarono le idee federaliste.

I contatti epistolari tra i due vate

Nella sezione letteratura, della Biblioteca Nazionale Albanese, è riportata una lettera che il Mistral il 16 maggio 1885 scrisse al De Rada, in questa lettera il Mistral descrive la freschezza dei versi del “Milosao” ed elogia il De Rada, per aver consacrato la propria vita al culto della lingua materna  e alla glorificazione del suo popolo, interesse che, del resto, lo stesso Mistral ebbe per la cultura provenzale. Egli infatti riteneva che, solo “ les langues naturelles” fossero depositarie della vera poesia ed essendo il poeta figlio della natura e quindi figlio di Dio, grande onore doveva provare il De Rada nell’essere stato scelto come poeta vate dell’Albania.

La lettera:

“Vos créations sont pleines de charme, de fraicheur et de calme èvangelique. “ Il giorno cilestro ha sorriso etc.” (Milosao à 15 aprile 1407), quel dèlicieux tableau! cela a le parfum des idylles bibliques et la sève des langues vièrges. Je Vous félicite, monsieur, d’avoir consacré votre muse, votre amour et votre existance au culte de votre langue maternelle, à la glorification de votre pays e de votre race.

Si le grandes langues officielles donnent plus de lecteurs à leurs ècrivains, les langues naturelles recèlent les sources de la vraie poèsie. Soyez donc heureux d’avoir été choisi pour composer les psaumes de votre douce Albanie. Vos poesies naïves et pieuses sont les monuments de votre patrie".

Oltre all’ammirazione per il De Rada, la cultura provenzale mostrò grande interesse per i movimenti culturali arbëreshë. Nel periodico provenzale “L’Aioli” 1891 - 1899 si accenna all’istituzione, presso il Collegio di S. Demetrio Corone della cattedra di lingua albanese affidata al De Rada.    

Il Felibrìge:

Proprio in base a tale modello il Félibrìge invitò il governo francese ad istituire cattedre di lingua provenzale, progetto che però non ebbe successo: “I’a, dice, alins dins li Calabro, quàuquis anciani coulonnio aunte lou pople parlo encoro la lengo d’Aubanie - qu’es t’antique parla di cèlebri Pelage. Lou gouver itàlie -nell’intento di mantener vivo nelle Colonie Albanesi il culto della loro lingua nazionale- ven de crea a San Demetri uno cadiero per l’estudi e l’ensignament d’aquèu parla. E lou venerable poueto aubanes, en Girome de Rada l’an cargoa de ié proufessa.

Es un pau triste de pensa que se n’en fai pas tant en Franco per aquelo istourico lengo di Traubadou etc.

Và detto che i contatti che il De Rada ebbe con la realtà d’oltralpe, non si limitò al solo Mistral, ma questi contatti epistolari interessarono anche il: Lamartine, Victor Hugo come anche periodici parigini dell’epoca il “Mélusine” etc.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Filosofo, glottologo, giornalista e poeta, specialista di albanese presso l’Istituto di Glottologia di Copenaghen, Giuseppe Gangale nacque a Cirò Marina(CZ) nel 1898, morì a Muralto (Svizzera) nel 1978.

In questo spazio, del Gangale, mi preme ricordare solamente i meriti riconosciutigli per quanto fece in relazione alla minoranza arbëreshe e in àmbito albanologico, dunque, non si faranno qui considerazioni su altre sue doti derivanti dai suoi ampi percorsi religiosi, politici e sociologici.

Giuseppe Gangale,  compì gli studi universitari a Firenze agli inizi degli anni Venti. Tralasciando (per quanto suddetto) altri suoi pur meritevoli impegni, ricordo qui che, esule dal 1934 in  Svizzera e poi in Danimarca, già in età avanzata, si dedicò esclusivamente a studi filologici e dialettologici: a Copenhagen il compianto prof. Gangale svolse l’incarico di specialista presso l’Istituto di Glottologia dell’Università e curato la Biblioteca Reale. Collaborò attivamente col grande linguista Hjelmslev.

Mi preme ricordare la sua fatica: “Per paradigmata ad Gracae-arberiscae grammaticae Conatus AMK9”, Editrice Universitalia, come tentativo di dare una “base Marcedusana” ad un gruppo di lavoro di insegnanti e studiosi di tutti i paesi albanofoni AMK(*), che potranno tentare di completarlo ciascuno con le forme del proprio idioma. Riporto la dedica di G.Giudice (1), a Gangale, nell’opera summenzionata che “il Professore”, così lo chiamava il  suo biografo e stretto collaboratore, Prof. Enrico Ferraro di Pallagorio, (www.mondoarberesco.it), non fece in tempo a completare.

 Ppy atà e ato

ççy ddonjin ty ddinjin di diovaset

si shkruhet

e si mbahet gjuha e sppiisy

edhe

horys t’atire

ppy  ato ççy kety vinjin

sa ty ja ruemi

si vistaar

si Radha

na ka mbysuer

e si i madhi

Ghangkali joni

 

“Rradderi i Europes” (Ramingo d’Europa).

Così Giovanni Giudice, ha definito G. Gangale nel suo libro “Poesie di Giuseppe Gangale”.

Ma qui voglio testimoniare che il Dott.Gangale fu “ramingo” anche per i paesi albanofoni della provincia di Catanzaro per salvare l’identità linguistica delle comunità albanesi.

Ricordo quando a Caraffa (CZ) costituì, allo scopo, un gruppo di studio e di lavoro con i giovani di allora (Fausto Bubba, Peppino Critelli, Irene Peta, Antonio Arcuri ed altri).

L’imperativo, all’interno del laboratorio, era l’uso della lingua arbyreshy e soltanto l’arbyreshy (**)senza “se” e senza “ma”.

Il magnetofono (odierno registratore) era lo strumento principale per la “raccolta” della “parlata Arberisca” dei Caraffoti, lungo le viuzze del paese, in visita presso le abitazioni dei più anziani custodi della lingua.

Tutti i giovani furono coinvolti, tra l’altro, nella realizzazione della “Dhamburaty e Zhotitty Kristi” (Passione di nostro Signore Gesù Cristo), opera teatrale, in lingua arbyreshy ovviamente, (con testi e scenografia dello stesso Gangale e di Antonio Arcuri), che venne rappresentata nella sala cinematografica “Aurora” del Prof. G.B. Donato.

Fu un risveglio che entusiasmò giovani e meno giovani, una “primavera” che fece germogliare i fiori della passione per la difesa del nostro patrimonio linguistico ma che appassirono per cause che non è il caso, qui, di elencare. Allora non esistevano le odierne videocamere, tuttavia poche fotografie dell’avvenimento, sono gelosamente custodite nel Museo del paese.

Alla morte del prof. Giuseppe Gangale, avvenuta nel 1978,  il Centro Greco-Albanese di Glottologia di Crotone da lui diretto viene chiuso e la vasta produzione letteraria, consistente in una raccolta di testi e pregevoli studi inediti sugli arbëreshë e su tutte le minoranze linguistiche europee, viene trasferito altrove. Tale pregevole materiale, è ora in parte custodito (per volontà  di Margherita Uffer, vedova Gangale) in Svizzera, parte all’Università della Calabria, a Palermo e a Copenhagen. La parte rimasta a Caraffa è invece collocata in un’apposita sala, a lui intitolata,  dell’Istituto di Cultura Arbëreshe di via Piave.

Per la vasta bibliografia delle sue opere si rimanda a:

-              Margherita Uffer (seconda consorte): “Giuseppe Gangale, Ein Leben im Dienste der Minderheiten“, Chur Terra Grishuna Buchuerla

-              Giuseppe Giudice : “Le poesie di Giuseppe Gangale, rradheri i Europes”, Rubettino, Soveria Mannelli 2002

-              Enrico Ferraro: “Bibliografia in grandi linee di G. Gangale, dattiloscritto originale”, s.d. 

            SeiKrotone 1988

  Contributo scritto da Nicola ing. Donato

 

(*)AMK - Albanesi Media Calabria: Andali, Carfizzi, Caraffa, Marcedusa, Pallagorio, S.Nicola dell’Alto,Vena di Maida

(**)y=ë (alfabeto di Vangale, Radha, I.P.A.)

 (1)Insegnante di Storia e Filosofia del Liceo classico “Pitagora” di Crotone e nella Scuola superiore di Teologia, oltre che presidente del Centro Greco-Albanese di Glottologia (Kjondyr i Arbyresh dditurije gkilluhoory) “Giuseppe Gangale” di Crotone – S.Nicola dell’Alto (KR). 

   


 

Alcune poesie del Gangale con la grafia dell'alfabeto da lui elaborato: il materiale è stato 

 gentilmente messo a disposizione da Fausto Bubba www.caraffaime.it  -  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 > Dialusha e Gharrahesy
> Llart kumborie Gharrahesy 
> Ure hipa ddíevo  
> Se krikkooχa follee.
> Follee ningky gjeta,
> Po, tue ngkaar e zhgkaar,  
> Ndodha ççyddo filleta
> Viétra dhe pilluhurossura
> Ka thri gjind viéçç e mo:
> Njo rufieχ ka pakzhimi 
> Díales Ghankalyvet.

> Bbora krikjin e thirra: 
> “Gjaku jim i shprishury
> reχt reχt Kalavríeje!”   
> e njy maal my zhuu ty shihχa 
> Díalen tiim gjirin.

> Vasta te gkurkulléa:    
> Mori, zhonja zhokka
> Gkurgkullé gjéla-e-gkillate  
> Kjy kindoon mbi kit ulliit 
> Ççykuur Gharrahen e stisurhu
> Njohe ti bbijen Gkangkalit
> Ççy killuheχ Díalush? 

> “Ohy, bbiir: e bbukur jéshy,
> e miir, jéshy, Díalusha.
> Folleety tiim ngk ngkáu.
> Rriχi te ddeera e dhiete, 
> Gjitoon te nj’ aan jeshy Bbubba, 
> Te njéthra jésh i Shumbaat.
> Ulleχ mbromin te praku,   
> Rrúaχy strikjχt, tiériχ,
> Vreχ ngky shokj u nteheχ,
> Petri e Mustakjevet.”

> “Oi, zhonja Gkurgkulléa,  
> pak ty thoom, jo shuumy:
> si e ddi se jee e magkare:
> thúamy kj’ u’ katty bbonja
> saty shoh Díalushen
> llulleny gjakut tiim.”  
> “Joore, bbiir, killiççin
> ka kytá nyngk e kaamy
> píe zhotine Prift.”
> “Lla Zhot, miir se ty gjéta!”
> “Miir s’ erdhe, jimi bbiir!|” 
> “Zhoti Pri’ , ti kett m’ zhbiliçç
> Parrazhin, Prighatorin 
> Saty shoh njy çik
> Nusen Petrit ty ndíem
> Llulleny gjakut tiim.” 

> “Ti u stessin, oi martolore!
> Ççy ddo shiheçç ddekura.
> Eja ndzit, ty ksamulisiçç,  
> Ksamulisiçç, e kungkoçç,
> Saty llaçç kity munkat,
> Bboχ dhiavassiny njy mesh
> Pyr pakjen e Díales”.     

  

 In alto nel campanile di Caraffa
> salii ieri
> in cerca di nidi.
> non ne trovai,
> ma, rovistando
> trovai alcuni foglietti di carta
> vecchi ed impolverati
> di circa trecento anni e più.
> Uno raccontava del battesimo
> di Dialusa della famiglia Gangale.

> Feci il segno della croce e gridai
> “O semenza del mio sangue disperso
> sulle colline della Calabria!”
> Un desiderio mi prese improvviso
> di Dialusa mia parente.

> Andai dalla civetta:
> “Sentite, signora uccello,
> civetta di lunga vita,
> che canti su questo ulivo
> dalla fondazione di Caraffa
> conoscesti tu la figlia dei Gangale
> che si chiamava Dialusa?

> Si, figlio mio, bella
> e buona era Dialusa.
> I miei nidi non toccò.
> Abitava la porta numero dieci
> i vicini, da una parte, erano i Bubba
> e dall’altra gli Sciumbata.
> La sera ella si sedeva sulla soglia
> accudiva i suoi bambini, filava,
> attendeva il ritorno del marito
> Pietro, della famiglia dei Mustachio.

> “Oh, signora civetta,
> poco ti dico e non molto:
> perchè so che sei una fattucchiera:
> dimmi che cosa devo fare
> perch’io possa vedere Dialusa
> fiore del mio sangue”.
> No, figlio mio, la chiave
> di ciò non ce l’ho,
> Chiedi al signor curato”.
> “Signor curato, ben trovato”
> “Benvenuto, figlio mio!”
> “Signor curato, dovresti aprirmi
> il Paradiso, il Purgatorio
> perch’io possa vedere per un istante
> la sposa di Pietro il defunto
> Il fiore del mio sangue

> “Tu sei colpevove, o di peccati pieno!
> Nel voler vedere i morti.
> Vieni subito a confessarti
> a confessarti e a comunicarti,
> perchè tu possa lavarti questo peccato,
> e fai dire una messa
> per la pace di Dialusa.”
                                                                                            

   

 

  

 

 

 Uomo di multiforme ingegno, Carmine De Padova nacque a San Marzano di San Giuseppe (TA) il 16 luglio 1928.

Ciò che immediatamente si nota della figura di Carmine De Padova è il suo impegno profuso per l’insegnamento della lingua arbëreshe, la sua è stata una vera e propria azione pedagogica mirante a un attivo bilinguismo.

 Emblematico di persona giusta al posto giusto, sebbene contrastato nella sua opera, in relazione ai bisogni linguistici delle comunità arbëreshë, Carmine De Padova è stato antesignano dell’insegnamento della lingua nelle scuole delle comunità di minoranza linguistica.

Bisogna notare che, mentre in altre comunità arbëreshë, tanti altri insegnanti, “ignoranti”, disincentivando all’uso della propria lingua madre, mettevano in soggezione gli alunni arbëreshë per la loro “diversità”, lui, il Carmine De Padova, dava esempio di come si potesse invece essere perfetti cittadini bilingui e come, questa “duplicità”,   oltre che consapevolezza verso la propria cultura di minoranza, poteva contribuire ad un maggior accrescimento culturale in senso lato.

Osteggiato dalle Istituzioni e non solo, essendogli vietato l’uso delle aule scolastiche, fra mille difficoltà e incomprensioni egli aprì la sua casa a ragazzi e adulti che avevano voglia di seguirlo nel suo credo: l’insegnamento dell’arberesh scritto e parlato; ed erano veramente in tanti a seguirlo.

Conseguita la laurea in Pedagogia, il De Padova ha insegnato nella Scuola Elementare del suo paese per oltre trent’anni; quindi decise di trasferirsi con la famiglia su un colle di Città di Castello (PG) a gestire una fattoria, ciò comunque non gli fece mai perdere i  contatti con il suo paese ove sistematicamente tornava.

 

Uomo di multiforme ingegno: studi di glottologia, di lingua arbereshe, di musica e di danza; esperienze di recitazione teatrale e cinematografica; audaci esperimenti di volo e di paracadutismo; non so che altro, Carmine De Padova ha scritto due libri:

-              San Marzano di S.Giuseppe : Storia, tradizioni, folklore.

-              Dy Miqte (I due amici).

Entrambi i volumi sono stati pubblicati nel 1999 da “Il Coscile” Editrice di Castrovillari (CS);  frutto di studi e ricerche il primo.  Più versatile il secondo, dove racconta le avventure di una compagnia di giovani in un paese di provincia sul finire della seconda guerra mondiale; uno spaccato di vita vissuta, bozzetti di una spontaneità ed ingenuità ammirevoli.

La dedica del suo secondo libro, scritta in arberesh e in italiano, recita:

“ A mia madre e a mio padre che mi insegnarono l’amore per la lingua albanese e mi inculcarono nell’animo l’orgoglio di essere arberesh “.

Da quanto detto emerge il quadro di un intellettuale di provincia dai molteplici interessi, come ce ne sono tanti. Ma il prof. Carmine (il prof. Menino, come lo chiamavano tutti in paese) è anche molto altro.

Del suo prezioso contributo dato alla cultura arbëreshe gliene rende grata testimonianza un servizio realizzato nel 1978 da Rai-3, della durata di ben sessanta minuti, con la Regia di Vittoria De Seta ed il commento del famoso glottologo prof. Tullio De Mauro. Servizio che in parte è stato riproposto ed arricchito dal Regista Marco Bertozzi (“Il senso degli altri” ), il 12 dicembre 2009, in occasione della giornata dedicata alla memoria, nel decennale della morte, l’11 dicembre 1999 a Città di Castello. 

 

Contributo scritto da Cosimo De Padova

 

 

 


Ultimo aggiornamento Sabato 12 Novembre 2011 15:26
 
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